Anarchia come organizzazione

Posted on mar 29 settembre 2015 in Blog

Lo stile di Colin Ward è sempre piacevole. Un bravissimo divulgatore che riesce ad approfondire, mantenendo una scrittura discorsiva e piacevole. Lo scopo di questo saggio è dimostrare come una società organizzata anarchicamente sia possibile anche qui ed ora, senza la necessità di mitiche rivoluzioni e sfatando molti stereotipi comuni.

Anarchia come organizzazione

Scopriamo che in moltissime occasioni ed ambiti, la società si auto organizza anarchicamente già ora, nonostante molti non se ne rendano conto, e che questo tipo di organizzazione, a fronte di una maggiore responsabilizzazione dei singoli e di un periodo di "rodaggio" superiore a quello delle organizzazioni centralizzate, tende ad essere, nel lungo periodo più efficiente, stabile ed "adattativa". Il libro spazia all'antropologia, alla psicologia sociale, portando esempi di esperimenti e di situazioni reali, che mostrano come funzioni l'auto organizzazione nella società umana. In un capitolo si fa anche un parallelo con la cibernetica e l'organizzazione naturale del cervello umano. Inoltre, vengono spiegate certe posizioni degli anarchici nei confronti del sistema penitenziario, delle forze dell'ordine, della legge, e del sistema previdenziale, difficili da comprendere per chi non è mai entrato a contatto con questa ideologia. Se non avete mai letto nulla riguardo all'anarchia, ma pensate di avere già una sicura opinione in merito, vi consiglio la lettura di questo libro. Vi sorprenderà.

Il libro è pubblicato dalla casa editrice Elèuthera. Sul sito di Tecalibri, potete trovare degli estratti e in coda a questo post, pubblicherò una parte di un capitolo che fa un parallelo fra anarchia e cibernetica.

Quarta di copertina:

"L'anarchismo non è la visione, basata su congetture, di una società futura, ma la descrizione di un modo umano di organizzarsi radicato nell'esperienza di vita quotidiana, che funziona a fianco delle tendenze spiccatamente autoritarie della nostra società e nonostante quelle"

Per molti l'anarchia è un improbabile modello sociale basato sulla disorganizzazione caotica. Per altri è invece un'utopia generosa ma impraticabile. Ribaltando entrambe le interpretazioni, Ward la intende come un'efficace forma di organizzazione non gerarchica, una vivente realtà sociale che è sempre esistita e tutt'ora esiste nelle pieghe della prevalente società del dominio. Utilizzando un'ampia varietà di fonti, l'autore articola in modo convincente la sua tesi volutamente paradossale, con argomenti tratti dalla sociologia, dall'antropologia, dalla cibernetica, dalla psicologia industriale, ma anche da esperienze nel campo della pianificazione, del lavoro, del gioco...

Colin Ward (1924 – 2010) è stato architetto, insegnante, giornalista e scrittore, ma soprattutto uno degli anarchici più influenti e innovativi del secondo Novecento. A partire dagli anni Sessanta, elabora un anarchismo pragmatico del «qui e ora» che rintraccia in particolare nei modi non ufficiali con cui la gente una l'ambiente urbano e rurale, rimodellandolo secondo i propri bisogni. Autore di una ventina di libri, per elèutera sono inoltre usciti Dopo l'automobile, Acqua e comunità, L'anarchia e Conversazioni con Colin Ward, a cura di David Goodway.

Anarchia e cibernetica

Trascrivo una parte del capitolo 4, L'armonia nasce dalla complessità.

L'anarchia risulta non dalla semplicità di una società priva di organizzazione sociale, ma dalla complessità e dalla molteplicità di forme di organizzazione sociale. La cibernetica, scienza dei sistemi di comunicazione e controllo, può aiutare a comprendere la concezione anarchica dei sistemi complessi auto-organizzanti. Se paragoniamo la struttura biologica ai sistemi politici, ha scritto il neurobiologo Grey Walter, il cervello umano sembra illustrare i limiti e le potenzialità di una comunità anarco-sindacalista. «Nel cervello non c'è nessun capo, nessun neurone oligarchico, nessun dittatore ghiandolare. All'interno delle nostre teste la nostra vita dipende dall'eguaglianza di possibilità, dalla specializzazione non specialistica, dalla libera comunicazione con il minimo di limiti, insomma da una libertà senza ingerenze. Qui le minoranze locali hanno la possibilità di controllare i loro mezzi di produzione e di espressione in un rapporto di libertà e di eguaglianza con i vicini(1)». Partendo da queste indicazioni John D. McEwan ha sviluppato in modo approfondito lo studio del modello cibernetico. Sottolineando l'importanza del principio di complessità sufficiente («se si vuole conseguire la stabilità, la complessità del sistema di controllo deve essere almeno pari alla complessità del sistema che deve essere controllato»), riporta il discorso di Stafford Beer sulla diversità a questo principio della tradizionale concezione manageriale dell'organizzazione. Beer immagina che un osservatore extraterrestre esamini le attività ai livelli più bassi di qualche grossa impresa, i cervelli dei lavoratori che le adempiono, il piano organizzativo che ha la pretesa di mostrare come è controllato il lavoro: ne deduce che gli individui al vertice della gerarchia devono avere la testa con una circonferenza di vari metri. McEwan contrappone due modelli diversi di controllo e formazione delle decisioni:

Per primo abbiamo il modello comune tra i teorici del management industriale, che la il suo corrispettivo nell'idea convenzionale di governo centrale della società. È un modello che prevede una rigida gerarchia piramidale, con linee di «comunicazione e comando» che corrono verticalmente dal vertice alla base della piramide. C'è una suddivisione rigida delle responsabilità, ogni elemento ha un suo ruolo specifico, le procedure da seguire a ogni livello sono prefissate con limiti abbastanza ristretti e possono essere modificate solo per decisione di qualcuno che occupi una posizione superiore nella gerarchia. La funzione del gruppo che sta al vertice della piramide è spesso ritenuta paragonabile a quella del «cervello» dell'organizzazione.

L'altro modello ci viene dalla cibernetica, è il modello dei sistemi che si auto-organizzano progressivamente, in grado di affrontare situazioni complesse e imprevedibili. È una struttura mutevole, che si trasforma per continuo ritorno di informazioni dall'ambiente, che mostra una «ridondanza di comandi potenziali» e comprende strutture di controllo complesse e interdipendenti. L'apprendimento dei dati e la capacità decisionale sono distribuiti su tutto il sistema, magari un po' più concentrati in alcune aree(2).

Lo stesso tipo di critica alla concezione gerarchica e centralizzata dell'organizzazione è stato espresso più di recente (e con un linguaggio direi meno efficace) da Donald Schon nelle BBC Reith Lectures del 1970. Echi scrive che «il modello centro-periferia è stato quello che nella nostra società ha presieduto al formarsi e diffondersi di strutture organizzative con caratteristiche di elevata specificità. In un sistema di questo tipo è essenziale tanto la semplicità quanto l'uniformità del messaggio. La capacità di affrontare situazioni complesse si basa su un messaggio semplice e una crescita attraverso un'uniformità di risposte». Come gli anarchici, anche lui vede l'alternativa in una rete «di elementi connessi tra loro direttamente invece che mediante il centro», caratterizzata da «libertà d'azione, complessità, stabilità, omogeneità e flessibilità»; rete di elementi in cui «nuclei di leadership emergano e si dissolvano» e che possieda «un'infrastruttura tale da tenere insieme il sistema... senza alcun intervento o appoggio centrale»(3). Tra i recensori del saggio di Schon solo Mary Douglas nota l'analogia tra questa struttura a rete e la società tribali prive di governo:

Una volta gli antropologi ritenevano che le tribù senza autorità centrale non potessero avere unità politica. Il prestigio che godeva la teoria centralista ci impediva di comprendere quello che avevamo sotto gli occhi. Successivamente, negli anni Quaranta, Evans-Pritchard ha analizzato il sistema politico dei Nuer e Fortes quello dei Tallensi. Dai loro studi è risultato qualcosa di sorprendentemente simile al sistema a rete di cui parla Schon: una struttura politica senza alcun centro o capo, liberamente tenuta insieme dalla opposizione delle sue parti. Le funzioni in altri contesti delegate a un'autorità centrale erano distribuite tra l'intera popolazione. In ogni situazione gli avvenimenti politici erano affrontati in un linguaggio molto generale, il linguaggio delle relazioni interparentali, che si adeguava solo molto approssimativamente ai fatti della politica. Le diverse versioni delle loro norme di governo avevano solo una vaga somiglianza nei diversi contesti. In queste condizioni il sistema si rivelava molto agile e difficilmente deteriorabile(4).

È chiaro così che sia l'antropologia sia la teoria cibernetica convalidano l'opinione espressa da Kropotkin: che in una società senza governo l'armonia è una risultante di «una continua acquisizione e riacquisizione di equilibrio tra un gran numero di forze e influenze», che si esplicano in «una fitta rete composta da una infinita varietà di gruppi e federazioni di ogni tipo e dimensione: locali, regionali, nazionali o internazionali; che possono essere temporanei o pressoché permanenti; unificati da ogni possibile scopo: produzione, commercio e consumo, tutela sanitaria, istruzione, protezione reciproca, difesa del territorio e così via; che permettono di rispondere a un numero sempre crescente di bisogni sociali, artistici, scientifici, letterari»(5).

Il modello che prevede strutture centrali di governo appare estremamente rozzo al confronto, dal punto di vista dei servizi sociali, dell'industria, dell'istruzione, della pianificazione economica. Non c'è da stupirsi se non è in grado di rispondere ai bisogni attuali. E non c'è da stupirsi se, quando si tenta di usare mezzi come la fusione, la razionalizzazione, la coordinazione per risolvere gli attuali problemi di funzionamento, l'unico risultato è l'incepparsi delle linee di comunicazione.

L'alternativa anarchica è quella che propone la frammentazione e la scissione al posto della fusione, la diversità al posto dell'unità, propone insomma una massa di società e non una società di massa.

Note:

  1. W. Grey Walter, The Development and Significance of Cybernetics, «Anarchy», n .25, marzo 1963.
  2. John D. McEwan, Anarchism and the Cybernetics of Self-organizing Systems, «Anarchy», n. 31, settembre 1963; ristampato in A Decade of Anarchy, cit. (trad. it.: Cibernetica dei sistemi auto-organizzati, «Volontà», XXXIV, n. 3, 1990).
  3. Donald Schon, Beyond the Stable State, London 1971.
  4. Mary Douglas, «The Listener», 1971.
  5. Piotr Kropotkin, voce Anarchismo, scritta nel 1905 per la Encyclopedia Britannica, 11a edizione; ristampata in Anarchism and Anarchism Communism, London 1987.

  6. Colin Ward su Wikipedia

  7. Colin Ward su Anarchopedia