Libero arbitrio e responsabilità morale

Posted on mar 02 febbraio 2016 in Blog

Traduco da Some1elsenotme

Tratto dal capitolo Moral responsability incluso in Free Will di Sam Harris

La credenza nel libero arbitrio ci ha portato sia il concetto religioso di "peccato", che la nostra dedizione verso la giustizia penale. La corte suprema degli Stati Uniti ha definito il libero arbitrio come un fondamento "universale e persistente" del nostro sistema di leggi, distinto da "una visione deterministica della condotta umana in contrasto con i precetti di base del nostro sistema di giustizia penale" (United States v. Grayson, 1978). Eventuali sviluppi intellettuali che minaccino il libero arbitrio, sembrerebbero come mettere in dubbio l'etica del punire le persone per il loro cattivo comportamento.

La maggior preoccupazione, chiaramente, è che un'onesta discussione sulle cause sottostanti al comportamento umano sembrerebbe non lasciare spazio alla responsabilità morale. Se vedessimo le persone come dei modelli meteorologici neuronali, come potremmo coerentemente parlare di giusto e sbagliato o di buono e malvagio? […]

Fortunatamente, possiamo. Cosa significa prendersi la responsabilità di un'azione? […]

Considerate i seguenti esempi di violenza umana:

  1. Un ragazzo di quattro anni giocando con la pistola del padre uccise una giovane donna. La pistola era stata lasciata carica e senza sicura in un cassetto dell'armadio.

  2. Un ragazzo di 12 anni che era stato vittima di continui abusi fisici ed emotivi prese la pistola del padre ed intenzionalmente sparò ed uccise una giovane donna perché lo stava provocando.

  3. Un uomo di 25 anni che era stato vittima di continui abusi quand'era piccolo sparò ed uccise intenzionalmente la sua ragazza, perché l'aveva lasciato per un altro uomo.

  4. Un uomo di 25 anni che era stato cresciuto da genitori meravigliosi e non ha mai subito abusi, sparò ed uccise una giovane donna che non ebbe mai incontrato prima "solo per il divertimento di farlo."

  5. Un uomo di 25 anni che era stato cresciuto da genitori meravigliosi e non ha mai subito abusi, sparò ed uccise una giovane donna che non ebbe mai incontrato prima "solo per il divertimento di farlo." Una RM del cervello dell'uomo rilevò un tumore delle dimensione di una palla da golf nella sua corteccia mediale prefrontale (una regione responsabile del controllo delle emozioni e degli impulsi comportamentali).

In ognuno dei casi è morta una giovane donna, ed in ogni caso la morte è stata il risultato di eventi emersi nel cervello di un altro essere umano. Ma il grado di oltraggio morale che sentiamo dipende dagli antefatti descritti in ciascun caso. Sospettiamo che un ragazzino di quattro anni non possa realmente uccidere qualcuno volontariamente, e che le intenzioni di un ragazzo di 12 anni non siano radicate come quelle di un adulto. Nei casi 1 e 2, sappiamo che il cervello dell'omicida non era completamente maturo e che non tutte le responsabilità della sua personalità gli erano state conferite. La storia dell'abuso e le circostanze nel caso 3 sembrano mitigare le colpe dell'uomo: è stato un crimine di passione commesso da una persona che ha sofferto per mano altrui. Nel 4 non c'era stato abuso e la ragione addotta etichetta il colpevole come uno psicopatico. Il caso 5 implica lo stesso comportamento psicopatico, ma il tumore al cervello in qualche modo cambia completamente la somma morale: data la sua collocazione, sembra spogliare l'omicida da tutta la responsabilità per il proprio crimine. Ed ottiene questo miracolo anche se l'esperienza soggettiva dell'uomo era identica a quella dello psicopatico del caso 4 - dal momento in cui capiamo che le sue emozioni avevano una causa fisica, un tumore al cervello, non possiamo che vederlo come una vittima della propria stessa biologia.

Come poter trovare un senso a questi gradi di responsabilità morale quando i cervelli e le loro influenze soggiacenti sono, in ogni caso ed allo stesso grado, la vera causa della morte della donna?

Non abbiamo bisogno di illusioni in cui agenti causali vivono nella mente umana, per riconoscere che alcune persone sono pericolose. Ciò che condanniamo maggiormente in un'altra persona è l'intenzione di causare danno. Gradi di colpa possono ancora venir giudicati in riferimento ai fatti del caso: la personalità dell'accusato, le sue offese precedenti, i suoi schemi d'associazione con gli altri, il suo uso di sostanze intossicanti, la confessione dei propri moventi nei confronti della vittima, ecc. Se le azioni di una persona sembrano essere state completamente fuori del proprio personaggio, ciò potrebbe influenzare la nostra percezione del rischio che ora esso è per gli altri. Se l'accusato appare impenitente e disposto ad uccidere ancora, non abbiamo bisogno d'intrattenere alcuna nozione di libero arbitrio per considerarlo un pericolo per la società.

Perché la decisione conscia di causare del male ad un'altra persona è particolarmente riprovevole? Perché ciò che facciamo in seguito ad una pianificazione consapevole tende a riflettere appieno le proprietà globali delle nostre menti, delle nostre credenze, desideri, obiettivi, pregiudizi, ecc. Se, dopo settimane di riflessione, ricerche in libreria e discussioni con i tuoi amici, ancora hai intenzione di uccidere il re, allora uccidere il re riflette il genere di persona che realmente sei. Il punto non è che tu sia la definitiva ed indipendente causa delle tue azioni; il punto è che, per qualche ragione, tu hai la mente di un regicida.

Alcuni criminali debbono essere incarcerati per prevenire che possano danneggiare altre persone. La giustificazione morale di questo è abbastanza lineare: per tutti gli altri sarà meglio così. Fornire l'illusione del libero arbitrio ci permette di concentrarci sulle cose che importano: valutare i rischi, proteggere gli innocenti, scoraggiare il crimine, ecc. Ma alcune intuizioni morali iniziano a distendersi nel momento in cui prendiamo in considerazione un più ampio quadro di causalità. Quando riconosciamo che anche i più terrificanti predatori sono, in un senso molto concreto, sfortunati per essere ciò che sono, la logica dell'odiarli (opposta al temerli) inizia a sfaldarsi. Ancora, anche se credi che ogni umano custodisca un'anima immortale, il quadro non cambia: chiunque sia nato con l'anima di uno psicopatico è stato profondamente sfortunato.

Perché il tumore al cervello del caso 5 cambia il nostro punto di vista così drammaticamente? Una ragione è che la sua influenza è stata visualizzata su una persone che (dobbiamo assumere) non si sarebbe altrimenti comportata in questo modo. Sia il tumore che i suoi effetti sembrano accidentali, e ciò fa apparire il responsabile puramente come una vittima della biologia. Certamente, se non potessimo curare questa sua condizione, dovremmo comunque rinchiuderlo per evitare che commetta futuri crimini, ma non lo odieremmo né lo condanneremmo come malvagio. Ecco un fronte su cui credo che le nostre intuizioni morali debbano cambiare: più comprendiamo la mente umana in termini causali, più difficile diventa tracciare una distinzione fra casi come il 4 ed il 5.

Gli uomini e le donne nel braccio della morte hanno qualche combinazione di cattivi geni, cattivi genitori, cattivi ambienti, e cattive idee (e gli innocenti, certamente, hanno una estremamente cattiva fortuna). Per quali di queste qualità, esattamente, erano responsabili? Nessun essere umano è responsabile per i propri geni o la propria educazione, eppure abbiamo ogni ragione per credere che quei fattori determinino il suo carattere. Il nostro sistema di giustizia dovrebbe riflettere la consapevolezza che ognuno di noi potrebbe essersi trovato nella propria vita con delle carte molto diverse dagli altri. Infatti, sembra immorale non riconoscere semplicemente quanto la fortuna sia coinvolta nella moralità stessa.

[…]

Nonostante il nostro attaccamento al concetto di libero arbitrio, la maggior parte di noi sa che i disturbi cerebrali possono surclassare le migliori intenzioni della mente. Questo spostamento nella comprensione rappresenta un progresso verso una più profonda, consistente e compassionevole visione della nostra comune umanità, e dovremmo notare che questo progresso ci allontana dalla metafisica religiosa. Pochi concetti hanno offerto maggiori opportunità per la crudeltà umana dell'idea di un'anima immortale che si erge indipendente da qualsiasi influenza materiale, che vada dai geni ai sistemi economici. All'interno di una cornice religiosa, la fede nel libero arbitrio supporta la nozione di peccato, che sembra giustificare non solo le dure punizioni in questa vita, ma anche l'eterna punizione nella prossima. E tuttavia, ironicamente, una delle paure che affiancano i nostri progressi nella scienza è che una più completa comprensione di noi stessi ci de-umanizzi.

Il vedere gli esseri umani come un fenomeno naturale non deve necessariamente danneggiare il nostro sistema di giustizia. Se potessimo incarcerare terremoti ed uragani per i loro crimini, costruiremmo prigioni anche per loro. Combattiamo epidemie emergenti ed occasionali animali selvaggi senza attribuire loro libero arbitrio. Chiaramente, potremmo rispondere intelligentemente alla minaccia posta da persone pericolose senza mentire a noi stessi riguardo alle fondamentali origini del comportamento umano. Ci sarà ancora bisogno di un sistema di giustizia penale che cerchi di valutare accuratamente colpe ed innocenza con i rischi futuri che il colpevole pone alla società. Ma la logica del punire la gente verrà annullata, a meno di scoprire che la punizione è una componente essenziale per la deterrenza o la riabilitazione.

Bisogna ammettere, tuttavia, che la questione della punizione è ingannevole. In un affascinante articolo del The New Yorker, Jared Diamond scrive dell'elevato prezzo che talvolta paghiamo quando i nostri desideri di vendetta restano insoddisfatti. Esso confronta le esperienze di due persone: il suo amico Daniel, un abitante degli altipiani della Nuova Guinea che vendicò la morte di uno zio paterno; ed il suo defunto suocero, che ebbe l'opportunità di uccidere l'uomo che assassino la sua intera famiglia durante l'Olocausto ma decise invece di consegnarlo alla polizia. (Dopo aver trascorso un solo anno in prigione, l'omicida venne rilasciato.) Le conseguenze del vendicarsi nel primo caso e nel secondo non avrebbero potute essere più nette. Mentre ci sarebbe molto da raccontare contro la cultura della vendetta negli altipiani della Nuova Guinea, la vendetta di Daniel portò lui uno squisito sollievo. Mentre il suocero di Diamond trascorse gli ultimi 60 anni della sua vita "tormentato dal rimorso e dalla colpa". Chiaramente, la vendetta risponde ad una potente necessità psicologica di molti di noi.

Siamo profondamente disposti a percepire le persone come gli autori delle loro azioni, per mantenerli responsabili dei torti che ci fanno, e per sentire che queste trasgressioni debbano essere punite. Spesso, l'unica punizione per l'autore del reato che ci sembri appropriata, è di soffrire o di perdere la propria vita. Resta da vedere come un sistema di giustizia scientificamente informato possa gestire questi impulsi. Chiaramente, un quadro completo delle cause del comportamento umano dovrebbe attenuare la nostra risposta naturale all'ingiustizia, almeno in una certa misura. Dubito, ad esempio, che il suocero di Diamond avrebbe sofferto la stessa angoscia se la sua famiglia fosse stata travolta da un elefante o afflitti dal colera. Similmente, possiamo supporre che il suo rammarico sarebbe stato notevolmente attenuato se avesse saputo che l'assassino della sua famiglia aveva vissuto una vita perfettamente morale fino a quando un virus cominciò a devastare la sua corteccia prefrontale.

Tuttavia, potrebbe essere che una forma di falsa punizione sarebbe ancora morale, o anche necessaria, se spingesse le persone a comportarsi in modo migliore rispetto a quello che sarebbe altrimenti. Se sia utile enfatizzare la punizione per certi criminali piuttosto che la loro contenzione o riabilitazione è una questione per le scienze sociali e psicologiche. Ma appare chiaro che il desiderio di vendetta, derivante dall'idea che ogni persona sia il libero autore dei propri pensieri ed azioni, si basi su un'illusione cognitiva ed emotiva, e perpetui un'illusione morale.