Sul dominio dei concetti

Posted on mar 05 aprile 2016 in Blog

Di Max Stirner, da L'unico e la sua proprietà.

Soltanto la filosofia moderna, da Cartesio in poi, si è data seriamente a condurre il Cristianesimo verso un effetto sicuro, proclamando la “coscienza scientifica” quale unicamente vera e fornita di valore. Perciò essa col dubbio assoluto, col dubitare, dà principio alla “contrizione” della coscienza comune, allontanandola da tutto ciò che non sia legittimato dallo spirito, dal pensare. Nulla conta per lei la natura, nulla l’opinione degli uomini e le “istituzioni umane”; ed essa non ha tregua sino a tanto che non abbia tutto rischiarato col lume della ragione sì da poter dire: “il reale è il ragionevole, e soltanto ciò che è ragionevole e reale”. Con ciò essa ha finalmente guidato alla vittoria lo spirito, la ragione: ormai tutto è spirito, poi che tutto è ragionevole, così la natura come le più bizzarre opinioni degli uomini; poiché ogni cosa deve servire pel suo meglio , cioè al trionfo della ragione.

Il dubitare del Cartesio contiene l’affermazione recisa, che il cogitare soltanto, soltanto il pensare sia lo spirito. E ripudiata dunque la coscienza “comune” che assegnava una realtà alle cose “irragionevoli”! Soltanto il ragionevole esiste, solo lo spirito esiste! Questo è il principio, nella sua essenza cristiana, della moderna filosofia. Già Cartesio distingueva rigorosamente il corpo dallo spirito. E il Goethe dice che “lo spirito è quello che si edifica il corpo”.

Ma anche questa filosofia, la cristiana, non sa come liberarsi dal ragionevole e grida perciò contro quel che è “puramente subbiettivo”, contro le “idee improvvise, le accidentalità, gli arbitrii” ecc. Non chiede essa forse che il “divino” si manifesti in ogni cosa, e che ogni coscienza diventi una scienza del divino, e che l’uomo veda Dio in ogni dove? ma Dio non si trova mai scompagnato dal diavolo.

Per ciò non può dirsi filosofo chi ha bensì gli occhi aperti alle cose del mondo, uno sguardo chiaro e non velato, un giudizio sereno intorno al mondo, ma nel mondo non vede che il mondo e negli oggetti i puri oggetti; bensì filosofo è soltanto colui che nel mondo scorge il cielo, nelle cose terrestri il soprannaturale, nel mondano il divino; e sa dimostrarlo e provarlo. Quegli che, sia pur dotato dell’intelletto più acuto, proclama la massima: “Ciò che non vede l’intelletto dell’uomo intelligente, nella sua semplicità lo mette in opera l’intelletto del bambino, animo infantile occorre per essere riconosciuti filosofi”, costui non possiede che la coscienza “comune”; invece chi conosce e sa proclamare il “divino”, ha una coscienza scientifica. Per questa ragione, Bacone fu cacciato dal regno dei filosofi.

Del resto, la filosofia cosiddetta inglese non ha saputo produrre nulla di meglio delle scoperte dei cosiddetti “spiriti aperti”, Bacane e Hume. Gli inglesi non seppero elevare ad un’importanza filosofica “l’animo infantile”, non conobbero l’arte di creare dagli “animi infantili” dei filosofi.

Ciò vuol dire: la loro filosofia non seppe diventar “teologica”. Eppure soltanto quale teologia essa può svilupparsi e perfezionarsi interamente. Nella teologia essa deve contorcersi in disperata agonia. Bacone non si curava delle questioni teologiche e dei punti cardinali.

La vita è invece l’oggetto della conoscenza del pensiero tedesco, poi che questo, meglio d’ogni altro, sa discendere ai principi ed alle fonti dell’esistenza, e solo nella conoscenza vede la vita. Il cartesiano “cogito, ergo sum” significa: “Si vive solo quando si pensa”. Vita di pensiero vuol dire: “vita spirituale”! Lo spirito solo vive, la vita sua è la vera vita. E così nella natura le “leggi eterne” (lo spirito) rappresentano la vera vita. Solo il pensiero, negli uomini come nella natura, vive; tutto il resto e morto ! A codesta astrazione, alla vita delle generalità o delle cose apparentemente inanimate si deve giungere facendo la storia dello spirito. Dio, che è spirito, vive lui solo. Nulla vive all’infuori del fantasma.

Come si può affermare a proposito della filosofia o della civiltà moderna, ch’esse abbiano conquistato la libertà se esse non ci hanno liberato dal dominio dell’oggettività? O sono io forse libero, di fronte al despota, se io, pur non dimostrando timore di lui personalmente, tremo tuttavia di contravvenire alla venerazione che io credo dovergli essere da me tributata? La stessa cosa è della civiltà moderna. Essa non fece che mutare gli oggetti “esistenti”, quelli che in realtà si onoravano, in oggetti rappresentati, vale a dire in “concetti”, di fronte ai quali l’antico rispetto non pure non si dileguò ma anzi s’accrebbe. Se si prese un po’ in burla Dio ed il diavolo per la rozza materialità con cui venivano anticamente rappresentati, si prestò tanta maggior attenzione al concetto ch’era in essi. “Si sono liberati dai malvagi, ma il male è restato”. A cuor leggero si sconvolse lo Stato, si mutarono le leggi, senza pensarvi più che tanto, poiché s’era deciso di non sottrarsi all’impero di ciò che realmente esisteva e si poteva toccare con mano: ma peccare contro il concetto dello Stato, ma ribellarsi al concetto della legge, chi mai l’avrebbe osato? In tal modo si rimase “cittadini dello Stato” uomini “legali” ossequienti alle leggi: anzi si creddette di dover dimostrare maggior ossequio alle leggi, dopo aver abolite quelle che apparivano difettose; e lo si fece col rendere omaggio allo “spirito della legge”. In tutto ciò gli oggetti, solo trasformati, avevano conservato la loro supremazia; in breve, si era ancora in preda, all’obbedienza ed all’ossessione, si viveva nella “riflessione” e si aveva un oggetto per la propria riflessione, oggetto che si rispettava, si venerava, si temeva. Non si era fatto altro che mutare le cose in rappresentazioni, in pensieri cioè e in concetti, rendendone cosi più intima e indissolubile la dipendenza. Cosi, per esempio, non riesce difficile emanciparsi dai comandamenti dei genitori, o sottrarsi alle ammonizioni dello zio e della zia, alle preghiere del fratello e della sorella; ma della negata obbedienza si prova poi subito rimorso, e, quanto meno noi ci arrendiamo a singole pretese che la nostra ragione ci dice essere irragionevoli, tanto più teniamo alto il culto della pietà, dell’amore della famiglia, restii a perdonare a noi stessi l’infrazione del concetto che si ha dell’amor di famiglia e degli obblighi della pietà figliale. Redenti dalla dipendenza della famiglia esistente, si cade nella dipendenza ancor più tirannica del concetto della famiglia: si è dominati dallo spirito della famiglia. Quella famiglia che si componeva di Gianni e Ghita, ecc., la cui padronanza è divenuta impotente, continua ad esistere mutata nel concetto astratto della famiglia cui si applica l’antico precetto: bisogna obbedire prima a Dio che agli uomini; ciò che nel nostro caso significherebbe: Io non posso assoggettarmi alle vostre insensate pretese; ma quale mia “famiglia” voi continuate ad esser l’oggetto del mio amore e de’ miei pensieri: imperocché la “famiglia” è un concetto santo, che non è permesso d’offendere.

E questa famiglia che ebbe vita nel mio interno, questa famiglia immateriale sarà per me quind’innanzi la cosa “santa”, il cui dispotismo sarà le mille volte più insopportabile, perchè strepiterà senza tregua nella mia coscienza. Questo dispotismo non può essere infranto, che quando anche il concetto astratto della famiglia si dissolva nel nulla. Le parole del Vangelo; “Donna, che cosa ho io di comune con te?” [(1) GIOV., 2, 4.]; “Io sono venuto a suscitare l’uomo contro il proprio padre e la figlia contro la madre” [(2) MATT., 10, 35] ed altre simili, vengono poste in correlazione con la famiglia celeste, con la vera famiglia, e non significano altro fuor che la pretesa dello Stato, per la quale in caso di conflitto tra esso e la famiglia, è obbligo di obbedire allo Stato.

Come della famiglia, così è della morale. Molti si staccano dalla morale ma restano servi della moralità. La moralità è l’idea della morale, è la sua potenza spirituale, la sua potenza sulle coscienze; mentre la morale è troppo materiale, per poter dominare lo spirito, e non può assoggettare un uomo “spirituale”, un cosiddetto “indipendente”, un “libero pensatore”.

Il protestante può dire ciò che vuole; ma “santa” è per lui la “Sacra Scrittura”, la “parola di Dio”. Chi cessa dal ritenerla “santa” cessa d’essere protestante. Ma per ciò stesso gli è “sacro” ciò che in lei è “prescritto”: l’autorità posta da Dio, ecc.

Tutto ciò per lui dev’essere indissolubile, intangibile, “superiore ad ogni dubbio”, e siccome il “dubbio” è la cosa più naturale all’uomo, tutte quelle cose vengono riguardate come superiori all’uomo. Chi non sa liberarsene avrà la fede: poiché credere significa esser vincolato a qualche cosa. Poiché nel protestantesimo la fede si è fatta più pura, anche il servaggio è divenuto più intimo: tutte quelle cose “sacre”, son divenute parte dell’essere stesso, “questioni di coscienza”, “sacrosanti obblighi”. Per ciò al protestante é sacra quella tal cosa dalla quale non sa liberare la sua coscienza, e la “coscienziosità” è la virtù che più di tutte lo distingue dagli altri.

Il protestantesimo ha ridotto l’umanità in uno stato affatto simile alla “polizia segreta”. La spia continuamente origliante della “coscienza” vigila ogni moto dello spirito: ogni azione e ogni pensiero, è per lei “questione di coscienza”. In questo antagonismo tra l’ “istinto naturale” e la “coscienza” (plebe e polizia interiore) vive il protestante. La ragione della Bibbia (al posto della cattolica ragion della Chiesa), è tenuta in conto di sacra, e il sentimento che la parola della Bibbia è sacra si chiama coscienza.

Con ciò si fa entrare per forza la santità nella coscienza dell’uomo. Chi non sa liberarsi dalla coscienza, della cosa sacra, potrà, è vero, agire contro coscienza, ma giammai indipendentemente dalla coscienza.

Il cattolico si sente soddisfatto, quando ha eseguito un ordine; il protestante opera secondo la sua “miglior scienza e coscienza”. Il cattolico non è che un laico, il protestante è sempre “sacerdote”.

Questo perfezionarsi dello spirituale è il progresso segnato dalla Riforma sul Medio Evo, ma ne è anche la maledizione.

Che altro era la morale gesuitica fuorché una continuazione del commercio delle indulgenze, con questa sola differenza che ormai quegli che otteneva l’indulto dei peccati, poteva prendere in esame l’indulto che otteneva a persuadersi in qual modo gli veniva tolto il peccato? Poiché in certi casi determinati (così dicono i casuisti) non era affatto peccato ciò ch’egli aveva commesso.

Il commercio delle indulgenze s’estendeva a tutti i peccati e a tutte le contravvenzioni ed aveva fatto tacere tutti gli scrupoli della coscienza. Tutta la sensualità poteva espandersi a sua posta purché si fosse conquistata a suon di denari la licenza della Chiesa. Questo favoreggiamento della sensualità fu continuato dai Gesuiti, mentre i protestanti puritani, tetri, fanatici, smaniosi di penitenze, avidi di mortificazioni e di preghiere, nella lor qualità di restauratori del Cristianesimo null’altro volevano ammettere fuor che l’uomo spirituale e religioso.

Il cattolicesimo e particolarmente i Gesuiti favorirono con ciò l’egoismo e trovarono persino tra i protestanti un seguito involontario ed incosciente riuscendo così a salvarsi dalla degenerazione e dalla morte dei sensi.

Malgrado tutto lo spirito protestante estende sempre più il suo dominio, e il gesuitismo (il quale per lui, che si tiene divino, non rappresenta che il “diabolico” necessariamente inseparabile da tutto ciò che è divino), nonostante tutti gli sforzi, non può sostenersi in nessuna parte colle proprie forze, e deve assistere, come avviene in Francia, alla vittoria del protestantesimo nell’ipocrisia borghese, che pone lo spirito al disopra d’ogni altra cosa.

Al protestantesimo vuolsi riconoscere il merito d’aver ricondotto in onore il “temporale”, per esempio il matrimonio, lo Stato, ecc. Ma per esso il temporale (come il profano) è molto più indifferente che non sia pel cattolico, il quale permette al mondo profano di esistere, e ne partecipa spesso ai godimenti, mentre il protestante, ragionevole e logico, s’appresta a distruggere del tutto ogni cosa che sia mondana. Il che gli succede col proclamarla semplicemente “sacra”.

Così al matrimonio è stato tolto il carattere naturale, col renderlo “sacro”, non già nel senso di sacramento cattolico che lo presuppone cosa profana che dalla Chiesa soltanto riceve la consacrazione, bensì nel senso ch’esso diventa per sé stesso un non so che di sacro, un sacro legame. Così lo Stato, ecc. Una volta era il papa che consacrava e benediceva lo Stato e i suoi principi; ora lo Stato è santo in sé, e tale è pure la maestà senza aver bisogno della benedizione sacerdotale.

In generale si consacrò l’ordine della natura, ovvero il diritto naturale, il quale diventò l’ “ordine divino”. Perciò leggiamo, p. es., nella Confessione d’Augusta, art. 11: “E così atteniamoci al decreto saggio e giusto dei giureconsulti: che l’uomo e la donna stiano insieme, è diritto naturale. Se è un diritto naturale, è anche un ordinamento di Dio che ha disposto che così fosse, e per conseguenza è un diritto divino“. E che è mai Feuerbach se non un protestante illuminato quando dimostra sacri i rapporti morali, non già perchè ordinati da Dio, bensì per lo spirito che in essi alberga? Ma il matrimonio, se veramente risulti da una libera unione d’amore, è per sé stesso sacro, per la natura dell’unione che viene contratta. Quel matrimonio soltanto è religioso, il quale è anche vero e corrisponde all’essenza del matrimonio, all’amore.

E così è di tutti i rapporti morali. Essi non diventano e non sono morali, e come tali non vengono tenuti in onore, che quando per sé stessi sono riguardati come religiosi. Vera amicizia non v’é se non la dove i limiti dell’amicizia vengono religiosamente osservati collo stesso fervore religioso con cui il credente difende la dignità del suo Dio.

“Sacra” è, e dev’essere, per te l’amicizia, sacra la proprietà, sacro il matrimonio, sacro il benessere d’ogni uomo, ma sacro in sé, per sé stesso [(1) Essenza del Cristianesimo, pag. 408] Questo è un momento molto essenziale. Nel cattolicesimo le istituzioni mondane possono venir “consacrate” ed anche “santificate”; ma, senza la consacrazione religiosa, non sono sacre; mentre nel protestantesimo i rapporti mondani sono “sacri per sé stessi“, sacri unicamente perchè sussistono.

Con la consacrazione che conferisce la santità s’accorda benissimo la massima gesuitica: “lo scopo santifica i mezzi”.

Nessun mezzo è per sé stesso santo o non santo: bensì i suoi rapporti con la Chiesa, l’utilità ch’esso ha per la Chiesa, lo rendono tale. Tra questi mezzi c’è anche il regicidio; se esso era stato compiuto in prò della Chiesa, poteva esser sicuro d’essere santificato, benché non apertamente.

Pel protestante la maestà è sacrosanta, pel cattolico non era tale che quella consacrata dal pontefice, anche senza un atto speciale, una volta per tutte. Se il papa revocasse la sua consacrazione, il re pel cattolico non differirebbe da un altro uomo qualsiasi.

Se il protestante è intento a trovare anche nelle cose sensuali la “santità”, il cattolico tende a porre tutto ciò che è sensuale in un luogo appartato, dove, al pari del resto della natura, continua a conservare il suo valore.

La Chiesa cattolica sottrasse dal proprio Stato consacrato l’istituzione mondana del matrimonio, e lo vietò ai sacerdoti; la Chiesa protestante, all’incontro, dichiarò sacro il matrimonio e i legami coniugali, quindi non li giudicò inadatti per religiosi.

Un gesuita, da buon cattolico, può santificar ogni cosa. Basta p. es. ch’egli si dica: Io nella mia qualità di sacerdote sono necessario alla Chiesa; ma la servo con maggior zelo, se posso soddisfare i miei desideri; per conseguenza voglio sedurre quella ragazza, voglio far perire di veleno questo mio nemico, ecc. Il mio fine è santo, perchè è il fine d’un sacerdote, quindi santifico i mezzi. In fin dei conti tutto si risolve in maggior gloria della Chiesa. Perchè il prete cattolico dovrebbe rifiutarsi ad offrire all’imperatore Arrigo VII l’ostia avvelenata — per la maggior gloria della Chiesa?

I protestanti ortodossi levano alta la voce contro ogni “divertimento innocente” sostenendo che solo le cose sacre, le spirituali possono essere innocenti. Tutto ciò in cui non si può dimostrare la presenza dello spirito, deve essere ripudiato: la danza, il teatro, le pompe (p. es. nelle chiese), ecc.

Di fronte a questo Calvinismo puritano il Luteranesimo procede di preferenza sulla via religiosa, vale a dire sulla via spirituale; esso è più radicale.

Il Calvinismo cioè esclude d’un tratto un gran numero di cose, perchè sensuali e mondane, e purifica così la Chiesa; il luteranesimo invece cerca di spiritualizzare quante più cose gli è possibile, e così di far riconoscere lo spirito quale essenza d’ogni cosa per modo da render sacro tutto ciò che è mondano. Perciò riuscì al luterano Hegel (in un passo d’una delle sue opere egli dichiara di “voler restar luterano” ) l’attuazione compiuta del pensiero mediante il tutto. In tutto v’è la ragione: o — in altri termini — “il reale è ragionevole”. Il reale é, in verità, il tutto, poiché in ogni cosa, persino nella menzogna, può venir scoperto il vero; non esiste una menzogna assoluta, come non esiste il male assoluto, e così via.

Grandi opere dello spirito non furono create che dai protestanti, poiché essi erano i veri discepoli e i veri zelatori dello spirito.

Quanto angusto è l’impero dell’uomo! Egli deve permettere che il sole segua il suo corso, che il mare sollevi le sue onde, che i monti s’ergano verso il cielo. E così egli si arresta impotente dinanzi all’invincibile.

Può egli schermirsi dall’impressione della propria impotenza di contro a questo accordo colossale? Il mondo è la legge immutabile alla quale egli è costretto di assoggettarsi; essa determina il suo destino.

A che cosa intendeva l’umanità precristiana? A rendersi libera dall’imperversare dei destini, a non lasciarsene alterare. Gli stoici raggiunsero questo fine coll’apatia durando indifferenti gli assalti della natura, senza mostrarsene turbati. Orazio pronuncia il celebre “Nil admirari“, con cui egli manifesta anche l’indifferenza dell’altro, del mondo; esso non deve aver influenza su noi, non deve eccitare la nostra meraviglia. E il suo impavidum ferient ruinae esprime la stessa incrollabilità, di cui parla il salmo 46, 3: “Noi non temiamo, anche se dovesse crollare il mondo”. Tutto ciò apre la via alla tesi cristiana che il mondo è vano, sgombra cioè il cammino al disprezzo del mondo proprio dei cristiani.

Lo spirito “incrollabile” del “savio” con cui il mondo antico si adoperava alla propria affermazione finale, ricevette un tale urto interiore dal quale non seppe proteggerlo nessuna atarassia, e nemmeno il coraggio stoico.

Lo spirito, resosi sicuro contro ogni influenza del mondo, insensibile ai suoi colpi, e superiore ai suoi assalti, deliberato a non ammirare cosa alcuna, non poteva esser tratto dalla sua indifferenza nemmeno dal crollare del mondo; — egli traboccava sempre. Imperocché nel suo interno si sviluppavano dei gas (spiriti) e, cessati gli effetti dell’urto meccanico prodotto dal di fuori, le tensioni chimiche eccitate nel suo seno diedero principio alla loro attività meravigliosa.

Infatti la storia antica finisce il giorno in cui l’uomo acquista nel mondo la sua proprietà.

“Tutte le cose mi furono consegnate da mio padre” (Matt. II, 27). Il mondo ha cessato di esser per me ultrapossente, inconcepibile, sacro, divino, ecc.; esso è “sdivinizzato” ed io lo tratto a mio piacimento, di modo che, s’io potessi far miracoli, io vorrei esercitare su di esso tutta la mia forza, (cioè la forza dello spirito), per spostare i monti, ordinare ai gelsi di strappar da sé stessi le proprie radici dalla terra e di metter radice nel mare” (Luca, 17, 6); atterrare, insomma, tutto ciò che può esser pensato. Tutte le cose sono possibili per colui che crede [(1)MARCO, 9, 23]. Io sono il padrone del mondo: la sovranità m’appartiene. Il mondo si è fatto prosaico, giacché ciò che era divino è scomparso; esso è mia proprietà, della quale mi valgo a mio piacere.

Poiché l’Io era assorto al dominio del mondo, l’egoismo aveva celebrato la sua prima e compiuta vittoria; egli aveva superato il mondo, era divenuto senza mondo, aveva chiuso sotto chiave le conquiste d’una lunga êra.

La prima proprietà, la prima signoria era stata conquistata!

Ma il signore del mondo non è per ciò ancora il signore dei propri pensieri, dei suoi sentimenti, della sua volontà; egli non s’è reso ancora padrone e dominator dello spirito, poiché lo spirito e ancor santo, è lo “spirito santo” e il cristiano senza mondo non saprebbe essere il cristiano senza Dio. Se la lotta antica era diretta contro il mondo, quella del Medio Evo cristiano era combattuta dall’uomo contro sé stesso (lo spirito). La prima era una lotta contro il mondo esteriore, questa fu un combattimento contro il mondo interiore. L’uomo del Medio Evo è l’ uomo “raccolto in se stesso”, pensante, pensoso. Tutta la pazienza degli antichi è sapienza mondana, cosmologia; quella dei moderni è sapienza divina, teologia.

Del mondo i pagani (anche i giudei tra altri), seppero aver ragione: ma ormai si trattava di venire a capo di se stessi, di finirla con lo spirito, di diventare, in una parola senza spirito e senza Dio.

Sin da quasi duemila anni noi ci affatichiamo a soggiogare lo spirito santo, e coll’andar del tempo abbiamo distrutta e calpestata buona parte di santità; ma il poderoso avversario si risolleva dinanzi a noi perennemente diverso, sotto forme mutate, sotto nomi ad ora ad ora differenti. Lo spirito non cessò ancora d’essere divino, non fu ancora sconsacrato, fatto profano. Vero è ch’ei non aleggia più sulle nostre teste in forma di colomba, non predilige più soltanto i suoi santi, ma si lascia dar la caccia anche dai laici. Ma col nome di spirito dell’umanità, di spirito umano, cioè di spirito dell’uomo, egli per me e per te continua ad essere uno spirito straniero, ben lontano ancora dal diventare nostro esclusivo possesso, del quale noi possiamo disporre a nostro piacere. Tuttavia una cosa è avvenuta certamente, la quale ebbe azione efficace sulla storia dei tempi che successero ai cristiani; la tendenza cioè ad umanizzare lo spirito, ad avvicinarlo agli uomini, a trasformarlo in umano.

Da ciò seguì ch’esso poté venir riguardato come lo spirito dell’umanità e rendersi così più simpatico, confidenziale ed accostevole coi nomi di umanità, umanesimo, amore degli uomini ecc.

Dovremmo credere dunque che ognuno potesse ora possedere lo spirito santo, accogliere in sé stesso l’idea dell’umanità, incarnata in sé stesso ?

No, lo spirito non è spogliato della sua santità e della sua inaccessibilità, non è per noi raggiungibile, non è possesso nostro; poiché lo spirito dell’umanità non è ancora il mio spirito. Può essere un mio ideale e come tale io posso vagheggiarlo in pensiero: è in mio possesso, ed io lo dimostro a sufficienza col rappresentarmelo come meglio mi piace, oggi così, domani diversamente, nei modi ad ora ad ora più differenti. Ma, in pari tempo, esso è un fedecommesso che non mi è lecito alienare, e da cui non posso liberarmi.

Per effetto di lente mutazioni lo spirito santo d’un tempo si trasforma nell’idea assoluta, la quale, a sua volta, per opera di molteplici atti, si scinde nelle idee di amore del prossimo, di ragionevolezza, di virtù civile, ecc.

Ma posso io chiamar mia l’idea, se essa è l’idea dell’umanità? Posso io ritenere d’aver superato lo spirito, se io sono obbligato a servirlo, a “sacrificarmi” a lui? Gli antichi presero possesso del mondo solo quando n’ebbero infranta la strapotenza e la “divinità”, e riconosciutane la impotenza e la vanità.

Così è dello spirito. Quando io sono giunto a considerarlo come un fantasma e a vedere nel dominio ch’egli ha su di me un ramo di follia da parte mia, allora esso cessa di esser sacro e divino, allora io mi servo di lui, come senza scrupoli ed a mio talento mi servo della natura.

La “natura della cosa” il “concetto del rapporto” devono servirmi di norma quand’io tratto quella cosa, quand’io formo quel rapporto. Come se un concetto della cosa esistesse in sé e non invece dalla cosa derivasse il concetto! Come se un rapporto, che s’inizia, non fosse unico per il fatto che unico son io che lo penso! Come se dipendesse dal modo con cui le terze persone lo definiranno! Ma alla stessa guisa, che si separa l’ “essenza” dell’uomo dall’uomo stesso, e questo si giudica alla stregua di quella, così si distinguono dall’uomo le sue azioni e le si apprezzano a seconda del loro “valore umano”. I concetti devono decidere in ogni cosa, regolar l’esistenza, dominare.

Questo è il mondo religioso al quale Hegel dette un’espressione sistematica coll’introdurre il metodo in una cosa priva di senso e col codificare i concetti in modo da ottenerne una dogmatica serrata solidamente costrutta. Tutto in quel sistema viene misurato alla stregua dei concetti, e l’uomo reale, vale a dire l’ “io”, è costretto a vivere secondo quei concetti. Può darsi una più tirannica dominazione di leggi? e non ha forse confessato il Cristianesimo sin dal bel principio, ch’esso intendeva stringere ancor maggiormente il freno delle leggi mosaiche? (“Non una parola della legge deve andar perduta!”).

Il liberalismo non fece che incidere le tavole di altri concetti, umani invece che divini, e sostituire il concetto dello Stato a quello della Chiesa, ai religiosi gli scientifici, o, per dir meglio, ai “rozzi sistemi e alle grossolane istituzioni i concetti reali e le leggi eterne”.

Ormai solo lo spirito impera nel mondo e un numero infinito di concetti affolla i cervelli; ebbene che cosa fanno quelli che tendono a progredire? Essi negano quei concetti per metterne altri in lor luogo! Essi dicono: voi vi siete formati un falso concetto del diritto, dello stato, dell’uomo, della libertà, dell’onore; il vero concetto del diritto, dello stato, dell’uomo, della libertà dell’onore è quello che noi vi proponiamo. E di questo passo la confusione dei pensieri s’accresce.

La storia universale ci ha trattati crudelmente e lo spirito ha raggiunto una forza onnipotente.

Tu sei tenuto a rispettare le mie miserabili scarpe, che potrebbero proteggere i tuoi piedi nudi; il mio sale, che potrebbe servire a condir le tue patate; e la mia carrozza di gala, il cui possesso ti trarrebbe dall’indigenza; a tutto ciò tu non devi tender la mano. Tutte queste ed altre cose senza numero l’uomo è obbligato a riconoscerle indipendenti, inaccessibili ed intangibili, sottratte al suo potere. Egli deve rispettarle; e s’egli tenda la mano bramosa verso di esse, noi diremo subito di lui ch’egli ha le mani “lunghe”.

Quanto miserabilmente scarso è il numero delle cose di cui ci è rimasto il possesso! Poco più di nulla! Ogni cosa è stata collocata fuor dalla nostra portata; nessuna cosa possiamo ardire di toccare, se non ci fu data; noi non viviamo che della carità del donatore. Tu non puoi raccoglier da terra nemmeno un ago, se non hai ottenuto da te stesso licenza di poterlo fare. E da chi deve venirti codesta licenza? Dal rispetto! Soltanto quand’esso te la cede in tua proprietà; solo quando tu puoi rispettarla quale cosa tua propria, tu hai licenza di prendertela.

E, d’altro canto, tu non puoi concepire alcun pensiero, né pronunciare sillaba, né commettere un’azione, che non ti sian suggerite dalla moralità, dalla ragione o dall’ umanità. Beata ingenuità dell’ uomo concupiscente! Senza misericordia si tentò di immolarti sull’altare delle “prevenzioni”.

Ma intorno all’altare sorge una chiesa e le sue mura si allargano sempre più. Ciò ch’esse racchiudono è sacro. A te ne è vietato l’accesso: tu non puoi più toccare le cose che vi si racchiudono. Gettando grida di dolore a cui ti sforza la fame tu t’aggiri intorno a quelle mura a raccogliere le poche briciole del profano, e sempre più s’allarga la cerchia. In breve quella chiesa abbraccerà tutta la terra, e tu ne sarai respinto al margine estremo; un passo ancora ed il mondo “sacro” avrà trionfato; tu precipiterai nell’abisso. Sollecita dunque te stesso, finché n’è tempo; non vagare più inutilmente sul terreno già falciato del profano, spicca il salto e di un balzo entra nel santuario. Quando avrai consumato ciò che è santo, tu l’avrai posto in tuo dominio! Digerisci l’ostia; ne sarai liberato.