Sul linguaggio

Posted on lun 29 febbraio 2016 in Blog

Alcuni frammenti riguardo al linguaggio. Da Perche’ non siamo il nostro cervello, di Alva Noë.

Capitolo 4: Menti estese

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IL SIGNIFICATO NON E’ NELLA TESTA

Qualche scettico potrebbe obiettare che, anche se è vero che il linguaggio è uno strumento culturale collettivo, ciascuno di noi in realtà lo interiorizza. Questo è ciò che caratterizza il conoscere una lingua. Quando impariamo una lingua apprendiamo un sistema di regole che ci permette di pensare, di rappresentare e di ragionare all’interno di essa. Pensare, ragionare ecc., tutto ciò ha luogo dentro di noi. Il fenomeno del linguaggio, dunque, se correttamente compreso, non fornisce alcuna evidenza riguardo al fatto che la nostra mente non risiede nelle nostre teste.

Questa obiezione si basa su quella che è comunemente indicata come la concezione classica delle parole, del significato e del linguaggio. Secondo questa prospettiva, usiamo il linguaggio per descrivere il mondo, per fare enunciati veri. Le parole si riferiscono agli oggetti o alle qualità. Conoscere il significato di una parola corrisponde a conoscere ciò cui essa si riferisce. La parola “acqua”, per esempio, si riferisce all’acqua o a H2O – ovvero al liquido trasparente che scorre nei nostri fiumi e sgorga dai nostri rubinetti. La parola “oro” si riferisce al prezioso metallo, giallo e malleabile. “Faggio”, “olmo” e “quercia” sono nomi di alberi. Conoscere una lingua significa conoscere il significato delle sue parola – possedere quei significati nella propria mente. I significati stabiliscono ciò di cui uno sta parlando quando usa il linguaggio.

Nel corso degli ultimi sessant’anni, la rappresentazione classica del linguaggio è stata demolita in filosofia. Non sarei mai in grado si distinguere un olmo dal un faggio, ma ciò non m’impedisce di asserire enunciati veri riguardo agli olmi, come riguardo al fatto che in America questa specie di alberi sia morendo a causa del diffondersi della cosiddetta malattia dell’olmo olandese. Come posso riuscire a usare il termine “olmo” per riferirmi precisamente agli olmi, nonostante non sia in grado di riconoscerne uno? Risposta: non sono io, individualmente preso, responsabile del fatto che le mie parola abbiano un significato o meno. Esse possiedono un significato grazie all’esistenza di una pratica sociale cui posso partecipare. E’ importante, affinché l’intera pratica possa continuare, che vi siano degli esperti in grado di distinguere gli olmi dai faggi. Grazie alla divisione sociale del lavoro linguistico – per usare la locuzione cara a Hilary Putnam cui si deve questa idea -, non vi è alcuna necessità che ciascun individuo si carichi dell’impegno di assicurare la referenzialità dei termini. Confidiamo negli altri. E ciò perché il significato non è qualcosa di interno; non è interno a me, né è interno agli esperti. Il significato dipende dalla pratica, allo stesso modo per cui i poteri della torre nel gioco degli scacchi dipendono dalla pratica.

Niente di tutto questo comporta che per parlare non sia necessario conoscere ciò di cui stiamo parlando! Capire è vitale. Ma le idee di Putnam sul linguaggio – mutuate a sua volta da Wittgenstein – ci danno la possibilità di riconoscere che anche la comprensione (ovvero il conoscere i significati di parole come “olmo” e “faggio”) non coincide con l’avere nella testa una regola che fissi come usare una parola. Piuttosto, si tratta di essere in grado di usare quella parola in modo corretto (ovvero di partecipare alla pratica) – facendo tutto ciò che serve, ai fini pratici, per conoscere cosa sia un olmo.

Oltre alla divisione sociale del lavoro linguistico, Putnam ritiene pure che il significato linguistico dipenda dal modo in cui un soggetto è immerso nell’ambiente circostante. Anche prima che imparassimo che l’acqua è H2O – ovvero, prima che vi fossero esperti in grado di distinguere l’acqua da altri liquidi apparentemente simili -, eravamo in grado di utilizzare la parola “acqua” per riferirci all’acqua in quanto, dopotutto, è proprio questa cosa – quella che beviamo, con cui ci laviamo e che usiamo per cucinare – alla quale ci riferiamo quando parliamo di acqua. E’ il nostro rapporto quotidiano con l’acqua che la rende quella cosa alla quale ci riferiamo quando usiamo quella parola. La parola è stabilita in una pratica, è la pratica che la uso dell’acqua in buona fede.

Questo punto può essere ulteriormente approfondito. Diamo per scontato che imparare una lingua significhi acquisire una conoscenza. Una vera e propria estensione delle competenze linguistiche non coincide però con una conoscenza fatta di casi isolati; piuttosto, si traduce nell’acquisizione di un insieme di abilità per usare parole e maneggiare cose. In molti casi, la conoscenza linguistica dipende dal nostro coinvolgimento con ciò che ci circonda. In nessun senso, dunque, l’analisi del linguaggio può fornire sostegno ai difensori di una linguistica più cartesiana e individualistica.[…]

Capitolo 5: Abitudini

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ALL’INIZIO ERA LA SITUAZIONE

E’ del tutto chiaro che da individui non ci poniamo di fronte al mondo che ci circonda come principianti e stranieri. Vi è qualcosa di profondamente sbagliato nella concezione intellettualistica; pertanto, commettiamo un grave errore se riteniamo che il miglior modello della nostra relazione con il mondo sia quello del computer o del robot: questi ultimi, infatti, sono progettati precisamente per incarnare quel tipo di atteggiamento intellettuale distaccato – costruire rappresentazioni interne delle scena, fare piani ed eseguirli – che l’intellettualista erroneamente considera la proprietà essenziale della nostra vita mentale.

Non meno chiaro è il fatto che la concezione intellettualistica – secondo la quale il giudizio ponderato è il vero paradigma della nostra mente al lavoro – sbaglia anche quando cerca di spiegare le nostre attività intellettuali. Anche in domini intellettuali come quello degli scacchi, della matematica, della discussione, della lettura, troviamo lo stesso contrasto tra esperti e principianti; anche qui troviamo che la competenza richiede il venir meno tanto dell’attenzione quando della riflessione, ritenute erroneamente dall’intellettualista il segno distintivo della nostra vita mentale.

Consideriamo l’esempio dell’esperienza legata all’acquisizione di una seconda lingua. All’inizio impariamo le parole una a una, ci sforziamo di pronunciarle correttamente; memorizziamo le regole di declinazione, di coniugazione e quelle della loro combinazione con altri termini. Per cominciare a parlare una lingua che non sia la nostra occorre che – almeno all’inizio – dedichiamo molto tempo a fare attenzione alla lingua stessa; ovvero, occorre non curarsi di ciò che normalmente appare interessante durante una conversazione, di ciò di cui stiamo parlando e di colui al quale ci stiamo rivolgendo! Spesso si sente dire che sia più difficile imparare una nuova lingua per un adulto anziché per un bambino. Questo è senza dubbio vero. Credo che, almeno in parte, ciò sia dovuto al fatto che i più giovani sono più disponibili a sospendere il loro coinvolgimento (verso compiti, persone, lavoro ecc.) rispetto agli adulti, o forse perché sono meno coinvolti. Un diciannovenne sarebbe entusiasta di trascorrere la giornata in un caffè mettendo alla prova le proprie abilità sociali. Un adulto sentirebbe con tutta probabilità la necessità di essere al lavoro!

Un parlante esperto non è in grado di rivolgere l’attenzione al linguaggio e alle sue regole che è richiesta a un principiante. Probabilmente ha dimenticato le regole, le tabelle e i trucchi che sono invece cosi’ importanti quando si è ancora alle prime armi. Inoltre, nulla crea intoppi in una fluente abilità linguistica più del focalizzare la propria attenzione sulle parole e sui suoni, anziché su ciò che si sta dicendo (credo che questo possa valere anche per gli attori). Conoscere una lingua significa essere in grado di mettere da parte qualsiasi preoccupazione circa le sue regole, giacché queste sono ormai padroneggiate. Parlanti e ascoltatori esperti di una lingua sono qualitativamente diversi, nella loro relazione con la sua forma e con le sue possibilità, anche dai migliori tra coloro che cercano di apprenderla; la conoscenza di una lingua non si risolve nell’applicazione delle regole apprese da principianti, soltanto in maniera più rapida e con meno errori.

In generale, padroneggiare una lingua non conferisce alcuna speciale abilità nel riflettere su essa o nel parlare di essa, o nello spiegare le sue regole e i suoi principi, cosi’ come l’essere un buon chitarrista non ha niente a che fare con il sapere quali siano le migliori tecniche per insegnare a suonare. In molte società – compresa la nostra – un fatto cosi’ indubitabile trova poco rilievo. L’immagine che possediamo del luogo che il linguaggio occupa nella nostra vita è influenzata non solo dal nostro impegno linguistico quotidiano, ma anche, e in maniera profonda, dall’ideologia e dalla teoria del linguaggio che abbiamo appreso a scuola. La nostra lingua ci è stata insegnata, per questo troviamo naturale pensare a essa come un sistema simbolico, indipendente dal contesto, il cui scopo è nominare, descrivere, delineare la verità e informare. Ci è stato insegnato a utilizzare il dizionario, cosi’ troviamo naturale pensare che per ogni parola esista un significato distinto, o probabilmente un elenco di significati diversi. Quando impariamo una seconda lingua apprendiamo a tradurre delle frasi della nostra lingua in quella che stiamo imparando e viceversa. Impariamo cosi’ a considerare le lingue in relazione l’una con l’altra. Potrebbe essere difficile o impossibile rendersi conto che, a qualcuno che non sia stato indottrinato in una simile concezione, per cui tutte le lingue sono intertraducibili e documentabili, la stessa idea di tradurre una lingua in un’altra possa apparire altrettanto strana di quella di “tradurre” il football nel baseball. Nella maggior parte del mondo, le persone vivono in ambienti ad alta densità multilinguistica. L’idea “un uomo/una lingua” è un’invenzione del XIX secolo. Ma anche se una persona di Zinder, città della Nigeria, parla probabilmente più di una lingua – a casa parla fulani, al mercato hausa e ascolta le notizie in francese -, il problema di tradurre queste lingue non si pone. Perché si dovrebbe parlare fulani al mercato? E quale ragione dovrebbe esserci per parlare francese a casa? Le lingue non sono sistemi simbolici astratti, o almeno non è tutto quello che sono. Sono aspetti dell’attività umana.

Questo fatto – che le lingue e le attività siano interconnesse e che le lingue rappresentino particolari aspetti del nostro essere coinvolti nelle situazioni – è qualcosa in cui ci imbattiamo di continuo. Gli adolescenti usano la lingua in modo diverso dai loro genitori, ed è un segno distintivo per un adolescente il voler differenziare il proprio linguaggio quando parla con un adulti, probabilmente anche senza farci caso (perché mai qualcuno dovrebbe pensare di usare un linguaggio da adolescente quando parla con un adulto?). Durante la giornata adattiamo il nostro linguaggio alle circostanze in cui ci troviamo, se compriamo il pane dal fornaio, se insegnammo, se stiamo parlando con un ufficiale della polizia o con uno straniero. Il nostro linguaggio si adegua in risposta ai nostri interessi e alle aspettative della persona con cui stiamo parlando. Il modo in cui utilizzo le parole per riferirmi a orizzonti di significato distanti dipende dal ciò che credo il mio interlocutore conosca. I tifosi del baseball, in tecnici del computer e chi si occupa di finanza fanno spesso ricorso a gerghi derivati dal loro dominio di interessi e competenze. Imparare qualcosa sui computer o sul cricket è, in questo modo, imparare una nuova lingua.

Conoscere una lingua non significa, dunque, come regola generale, avere conoscenze su di essa, benché comporti una qualche forma di conoscenza. Lo stesso vale per il baseball: sapere come si gioca non significa conoscere il baseball. La padronanza di una lingua è un risultato cognitivo; esemplifica intelligenza e uso della nostra mente. Ma non si tratta di avere memorizzato questo o quello, o di avere interiorizzato un sistema simbolico complesso. Chi usa una lingua è, nella misura in cui ne è esperto, un soggetto che partecipa a una pratica sociale; un soggetto che partecipa ad una pratica sociale di cui il linguaggio rappresenta solo un aspetto.[…]

IL LINGUAGGIO DEL PENSIERO

[…]Nella linguistica “scientifica” contemporanea l’approccio classico sostiene che la nostra competenza base, dal momento in cui siamo parlanti esperti di un linguaggio “naturale”, consisterebbe nel conoscere le regole per combinare le parole all’interno di stringhe grammaticalmente ben formate; la competenza di base di un ascoltatore consisterebbe nell’assegnare significati agli enunciati proferiti da altri sulla base della comprensione del significato dei singoli termini utilizzati e delle regole che governano la loro combinazione. Generalmente si ritiene che l’uso del linguaggio dipenda dalla nostra capacità o piuttosto dalla capacità dei nostri cervelli, di analizzare, scomporre e decifrare stringhe di enunciati in modo veloce e affidabile.

Questo approccio al linguaggio si basa su una sistematica noncuranza dell’effettivo fenomeno linguistico, allo stesso modo in cui l’approccio computazionale agli scacchi ignora la natura effettiva di questo gioco. Consideriamo gran parte delle cose che diciamo e che sentiamo, o che abbiamo detto e sentito. Una conversazione raramente ci porta in selve incontaminate; per la maggior parte del tempo ci troviamo nel cortile della scuola o, stiamo seguendo il sentiero intorno al lago o il familiare percorso verso le panchine. I nostri mondi linguistici – come il resto dei nostri mondi – si muovono lungo sentieri segnati dal ripetuto passaggio. Come in una passeggiata, è difficile camminare fuori dal tracciato segnato; come l’acqua che scende a valle, cosi’ il pensiero linguistico segue il percorso che conduce al bacino più basso, un’attrazione alla quale non possiamo resistere. Quali conversazioni hai avuto oggi? Con tua moglie, con i tuoi figli, con il portiere mentre stavi ritirando la posta, o con la maestra di tuo figlio? La maggior parte di ciò che diciamo e ascoltiamo è ciò che diciamo e ascoltiamo ogni giorno della nostra vita.

Non vi è ragione di preoccuparsi. Una delle tante idee sbagliate sul linguaggio consiste nel pensare che la sua funzione primaria sia esprimere informazione o comunicare pensieri. Il linguaggio parlato parlato ha molte funzioni, ma parte di esso assomiglia più allo spulciamento reciproco degli scimpanzé o al comportamento dei cani pastore che a un equilibrato dialogo tra parlamentari. Sbraitiamo affinché i nostri figli escano di casa e prendano in tempo l’autobus, e affinché si sentano al sicuro e amati; ci facciamo sentire in modo che i nostri colleghi e collaboratori capiscano che siamo al lavoro, e disponibili. La gran parte di ciò che diciamo e facciamo ogni giorno assomiglia più ai borbottii e ai segnali che i giocatori di baseball usano per indicare chi raccoglierà la battuta piuttosto che a una genuina conversazione.

I linguisti sono generalmente impressionati da ciò che Noam Chomsky ha chiamato creatività linguistica – ovvero la nostra capacità di comprendere e di produrre una quantità potenzialmente infinita di enunciati che non abbiamo mai udito prima. La nostra conoscenza comprende un’infinità di enunciati ben-formati, di lunghezza variabile, prodotti dalla combinazione di un numero finito di parole in accordo con un numero finito di regole. Ciò rappresenta un problema computazionale ancora più grande di quello che si suppone affronti un giocatore di scacchi – un problema che anche il meno eloquente tra noi è in grado di risolvere con padronanza. La sfida della linguistica consiste nello scoprire come noi – o i nostri cervelli! – riusciamo a risolvere questo compito.

Ma noi non risolviamo questo compito! Non ne abbiamo bisogno. Come abbiamo già osservato, la maggior parte del nostro parlare assomiglia più all’abbaiare del cane pastore che a qualunque cosa i linguisti abbiano in mente. Inoltre, buona parte di ciò che mi permette di comprendere che cosa uno dica è il fatto che conosco in anticipo quanto sta per dirmi, prima che lo dica! Non mi sono mai trovato di fronte al problema di assegnare un significato a quanto enunciato da un’altra persona sulla base della precedente conoscenza delle parole e delle regole di combinazione. Un problema del genere non si pone. Tanto io quanto l’altra persona ci troviamo (di solito) nella stessa situazione. Osserviamo insieme la stessa figura, o notiamo un segno divertente. La nostra conversazione scorre tra ciò che facciamo e ciò che siamo. Parliamo di questo (una cosa visibile ad entrambi) o di quello (una cosa che abbiamo visto ieri). Ciò che diciamo si riferisce – ed è una reazione – a ciò che accade a noi congiuntamente. Questo è ciò che rende l’uso del telefonino pericoloso mentre stiamo guidando. Portare avanti una conversazione significa definire uno scenario contestuale condiviso. Un guidatore, inoltre, deve prestare attenzione all’ambiente fisico. Il pericolo scaturisce dal dividere l’attenzione in questo modo. Si noti che il conflitto non sorge (almeno non allo stesso livello) quando il guidatore conversa con il passeggero, e questo perché la conversazione può svilupparsi sullo sfondo di un unico ambiente condiviso.

Sono rari i casi in cui una parola proferita da qualcuno ci sia offerta fuori dal qualsiasi contesto, senza alcuna idea preliminare di quello che con essa è inteso, significato, dell’atto linguistico in questione e dello scopo per cui è compiuto. Sono convinto che, se ci trovassimo in una situazione del genere, quasi certamente non riusciremmo a capire nulla.

Ma proprio qualche giorno fa ho avuto un’esperienza del genere. Mi trovavo a Berlino, seduto su un treno della S-Bahn con mio figlio di sei anni sulle ginocchia. Eravamo arrivati da poco in Germania, e mio figlio non conosce ancora il tedesco. Di fronte a noi un signore leggeva il giornale. Al suo fianco, come un passeggero qualsiasi, sedeva il suo cane. L’immagine ci pareva divertente. Mio figlio si sporse in avanti e chiese in inglese al signore: “Il suo cane è buono?”. L’uomo guardò August con uno sguardo confuso. “Il suo cane è buono?”, ripeté August. L’uomo parve ancora più confuso. Allora io dissi, in tedesco: “Ist er freundlich?”. A queste parole familiari lo sguardo del signore tedesco si rasserenò e voltandosi verso di noi disse: “Certo, è molto buono!”, e aggiunse, sempre in inglese: “Sto diventando sordo!”. Non stava diventando sordo: non poteva percepire le parole di mio figlio perché incapace, in quel contesto, a quell’ora di mattina, di trovare qualcosa di lontanamente intelligibile nei suoni che mio figlio stava emettendo. Non credo che la qualità dell’inglese di mio foglio, pur essendo quella tipica di un bambino di sei anni, potesse essere rilevante. Il signore conosceva l’inglese, ma non si aspettava che qualcuno si rivolgesse a lui in inglese in quella situazione, pertanto era come se fosse stato sordo.

Potreste aver incontrato lo stesso problema parlando al telefono. Il mio nome è piuttosto inusuale e ho scoperto che senza marcare la sua pronuncia è impossibile da comunicare al telefono. Le persone sentono ciò che si aspettano di sentire; quindi se non si aspettano di sentire “Alva” non lo capiscono. Lo soluzione, in casi come questi, consiste nello scandire ogni lettera. Ma ci troviamo di fronte ancora allo stesso problema. In assenza di un contesto condiviso, se si desidera comunicare nude lettere, non si può fare a meno di importare un contesto usando stratagemmi di introduzione di suoni standard quali, per esempio, “Alpha”, “Lima”, “Vittoria”, “Alpha”, “Novembre”, “Oscar”, “Eco”. Senza tali stratagemmi, saremmo confinati nella dimensioni dei meri suoni. E questi sono, fino a un certo grado sorprendente, indecifrabili! (In tedesco è comune dire al telefono “zwo” invece che “zwei”, perché “zwei” [due] suona troppo simile a “drei” [tre].)

Il neuroscienziato antropologo Terrence Deacon ha fatto un’importante osservazione riguardo all’approccio utilizzato dai linguisti che lavorano all’interno della tradizione (cartesiana e intellettualistica) chomskyana. Secondo questo approccio, il linguaggio – ancora più degli scacchi – ci pone di fronte a uno scoraggiante problema computazionale. Il bambino piccolo deve scoprire come usare le parole nel corso di pochi anni e sulla base di quella che è generalmente considerata una povera informazione linguistica, compromessa anche dagli errori che contraddistinguono il linguaggio quotidiano. In qualche modo, il bambino scopre il confine che separa ciò che è grammaticalmente corretto da ciò che non lo è. Si tratta di un risultato da attribuire a geniali menti scientifiche, ma che è ottenuto da ogni bambino normale.

Deacon suggerisce un’idea molto diversa. Il linguaggio, afferma Deacon, è un’interfaccia grafica simile a quelle utilizzate dai sistemi operativi Macintosh o Windows. No è un mistero il perché tali interfacce siano cosi’ facili da usare. Sono state disegnate da noi per essere utilizzate da noi; decisivo è inoltre il fatto che siano state disegnate con un occhio a ciò che consideriamo facile e pratico. Lo stesso vale per il linguaggio. Può essere un sistema simbolico enormemente complicato, ma non ci è stato calato dall’alto: non ci siamo limitati a scoprire (miracolosamente!) come usarlo. Lo abbiamo costruito noi – in modo collettivo, nel corso di migliaia di anni – per avere un modo semplice di collaborare e di comunicare.

Commenti

D Garofoli
on 2 maggio 2013 at 16:40

Mi sono letto il brano. Grazie per la trascrizione. Sono sempre piú convinto che tutto ció vada ad incastrarsi con l´approccio everettiano di linguaggio come artefatto culturale, usato come strumento per risolvere problemi, etc… Spero tu ricordi i miei post su Piraha e problemi di questo tipo. Bisognerebbe solo pensarci su molto a lungo. Probabilmente su questo argomento c´é un intero PhD project disponibile, se non di piú. Bellissimo pensare come forme di radicalismo nei rispettivi campi possano combinarsi tra loro creando una sorta di radicalismo al quadrato.

Masque
on 2 maggio 2013 at 17:50

Ora che me l’hai scritto, mi sono tornati in mente i Piraha. Non ci avevo pensato, mentre leggevo il testo di Noe. Ricordo di aver letto il tuo articolo, ed anche altri che parlavano della loro societa’ organizzata senza gerarchie.

Invece, mi venivano in mente due collegamenti alla fantascienza. Uno e’ al Marain, una lingua inventata che appare nei romanzi del Ciclo della Cultura, di Iain Banks (che sto leggendo in questo periodo), l’altro e’ ad una puntata di Star Trek TNG: Darmok.

https://it.wikipedia.org/wiki/Marain
https://en.wikipedia.org/wiki/Darmok
http://www.hypertrek.info/index.php/tng102