Sulle anime e le loro dimensioni - Douglas Hofstadter

Posted on gio 16 aprile 2015 in Blog

Questa è una trascrizione del primo capitolo di "Anelli nell'io" di Douglas Hofstadter.

Inviatomi da Gianluca, il quale ne scrisse anche sul suo blog.

Un'altra recensione del libro: Martin Gardner, "Do Loops Explain Consciousness? Review of I Am a Strange Loop"

Schegge d'anima

In una cupa giornata agli inizi del 1991, un paio di mesi dopo la morte di mio padre, mi trovavo in cucina della casa dei miei genitori, e mia madre, guardando una foto dolce e commovente di mio padre, scattata forse quindici anni prima, mi disse con un tono di sconforto: "Che senso ha quella foto? Nessuno. È solo un pezzo di carta piatto, con delle macchie scure qui e là. Non serve a nulla". La desolazione del suo commento, così intriso di tristezza, scatenò nella mia mente un turbinio, perché istintivamente sapevo di non essere d'accordo con lei, ma non sapevo bene con quali parole esprimere ciò che sentivo sul modo in cui la fotografia andasse considerata.

Dopo alcuni minuti di riflessione spesi a lasciar correre le mie emozioni – un "cercare l'anima", letteralmente – mi imbattei in un'analogia che sentivo avrebbe potuto trasmettere a mia madre il mio punto di vista, e che speravo potesse offrirle una sia pur minima consolazione. Ecco in linea di massima che cosa le dissi.

"In soggiorno abbiamo un volume con gli Studi per pianoforte di Chopin. Tutte quelle pagine sono soltanto pezzi di carta con delle tracce scure qui e là, bidimensionali, piatti e ripiegabili proprio come la fotografia di papà – eppure pensa al potente effetto che hanno avuto su tante persone in tutto il mondo negli ultimi 150 anni. Grazie a quei segni neri su quei piatti fogli di carta, migliaia e migliaia di persone hanno trascorso complessivamente milioni di ore muovendo le dita sui tasti del pianoforte in complicate configurazioni, producendo suoni in grado di dar loro un piacere indescrivibile e il senso di un messaggio profondo. Quei pianisti, a loro volta, hanno trasmesso a molti milioni di ascoltatori, tra cui te e me, le intense emozioni che si dibattevano nel cuore di Fryderyk Chopin, consentendo così a tutti noi un qualche parziale accesso all'interiorità di Chopin – all'esperienza di vivere nella mente, o meglio nell'anima di Fryderyk Chopin. I segni su quei fogli di carta non sono niente di meno che schegge d'anima – resti sparsi dell'anima dispersa di Fryderyk Chopin. Ognuna di quelle strane geometrie di note ha il potere straordinario di riportare in vita, dentro i nostri cervelli, qualche minuscolo frammento delle esperienze interiori di un altro essere umano – le sue sofferenze, le sue gioie, le sue più profonde passioni e tensioni – e così sappiamo, almeno in parte, che cosa si provava a essere quell'essere umano, e molti nutrono per lui un amore intenso. In modo altrettanto potente, guardare quella fotografia di papà riporta, a noi che lo conoscevamo intimamente, la nitida memoria del suo sorriso e della sua gentilezza, attiva dentro i nostri cervelli viventi alcune delle rappresentazioni più centrali che di lui sopravvivono in noi, fa sì che piccoli frammenti della sua anima danzino ancora, sia pure in cervelli diversi dal suo. Come le note sullo spartito di uno studio di Chopin, quella fotografia è una scheggia d'anima di qualcuno che se n'è andato, ed è qualcosa di cui dovremmo fare tesoro finché viviamo.

Anche se ciò che ho appena scritto è un po' più fiorito del discorso che feci a mia madre, rende l'essenza del mio messaggio. Non so che effetto abbia avuto sui suoi sentimenti riguardo a quell'immagine, ma quella foto è ancora lì, su un ripiano della sua cucina, e ogni volta che la guardo mi ricordo di quello scambio di idee.

Che cosa si prova a essere un pomodoro?

Io affetto e divoro pomodori senza il minimo senso di colpa. Non vado a dormire inquieto dopo aver consumato un pomodoro fresco. Non mi succede di domandarmi quale pomodoro ho mangiato, o se mangiandolo ho spento una luce interiore, né credo che sia sensato provare a immaginare come il pomodoro si sentiva mentre se ne stava sul mio piatto e veniva fatto a fette. Per me, un pomodoro è un'entità priva di desideri, senza anima né coscienza, e non ho scrupoli a fare del suo "corpo" tutto quello che mi piace. Di fatto, un pomodoro non è altro che il suo corpo. Per i pomodori non esiste un "problema mente-corpo". (Spero, cari lettori, che almeno su questo siamo d'accordo!)

Schiaccio anche zanzare senza il minimo scrupolo, benché cerchi di evitare di pestare le formiche, e se c'è in casa un insetto diverso da una zanzara, di solito tento di catturarlo e portarlo fuori, dove lo libero senza avergli fatto male. Qualche volta mangio pollo e pesce [Nora: questo non succede più – vedi il Post Scriptum a questo capitolo], mentre ho smesso di mangiare la carne di mammiferi molti anni fa. Né porchetta, né strutto, cotoletta o prosciutto – proprio niente di tutto! Sia chiaro, mi piacerebbe ancora il gusto di un panino al prosciutto o di un hamburger ben cotto, ma per ragioni morali mi astengo semplicemente dal consumarne. Non voglio imbarcarmi qui in una crociata, eppure è il caso che parli un poco delle mie inclinazioni vegetariane, perché hanno in tutto e per tutto a che fare con le anime. Nota del blogger: Attualmente, Hofstadter è vegano, come si può leggere dalla recensione di Martin Gardner

Porcellino d'India

All'età di quindici anni avevo un lavoro estivo in cui spingevo pulsanti su un calcolatore meccanico Friden in un laboratorio di fisiologia dell'Università di Stanford. (A quel tempo, nell'intero campus di Stanford c'era un solo computer e la maggior parte dei ricercatori nemmeno sapeva della sua esistenza, né tanto meno pensava di usarlo per i propri calcoli.) "Pigiare numeri" per ore di fila era un lavoro piuttosto snervante, e un giorno Nancy, la studentessa di dottorato per cui il progetto stava facendo tutto questo, mi chiese se, per staccare un po', volessi cimentarmi con altri tipi di mansioni. Dissi "Certo!", e così quel pomeriggio mi condusse al quarto piano e mi mostrò le gabbie dove tenevano gli animali – per la precisione, porcellini d'India – che usavano come cavie nei loro esperimenti. Ricordo ancora l'odore pungente e lo zampettare frenetico di tutti quei piccoli roditori dal pelo arancione.

Il pomeriggio seguente, Nancy mi chiese se potevo salire al quarto piano a prendere due animali per la sua prossima serie di esperimenti. Non ebbi neppure il tempo di replicare perché, non appena iniziai a immaginarmi nell'atto di infilare la mano in una di quelle gabbie e scegliere due soffici esserini pelosi da uccidere, cominciò a girarmi la testa e in un attimo svenni, sbattendo il capo sul duro pavimento. Il ricordo successivo è di me sdraiato che guardavo il viso del direttore del laboratorio, George Feigen, un vecchio amico di famiglia, molto preoccupato che mi fossi fatto male nella caduta. Per fortuna stavo bene, e lentamente mi rialzai, per poi tornare a casa in bici e rimanerci per il resto della giornata. Nessuno mi chiese più di andare a prendere animali da sacrificare per il bene della scienza.

Porcellino

Strano a dirsi, malgrado quel tete-a-tete assai problematico con l'idea di togliere la vita a una creatura vivente, per diversi anni continuai a mangiare hamburger e altri tipi di carne. Non penso che riflettessi molto sulla cosa, dato che nessuno dei miei amici lo faceva, e certo nessuno ne parlava. Mangiare carne era un fatto assolutamente normale nella vita di tutti quelli che conoscevo. Per di più, confesso con imbarazzo che per me, a quei tempi, la parola "vegetariano" evocava l'immagine di strani tipi svitati e moralmente inflessibili (nel film di Billy Wilder Quando la moglie è in vacanza c'è una scena stupenda in un ristorante vegetariano di Manhattan che ritrae alla perfezione questo stereotipo). Ma un giorno, all'età di ventun anni, lessi un racconto intitolato Pig dello scrittore anglo-norvegese Roald Dahl, e questa storia ebbe un profondo effetto sulla mia vita – e, attraverso di me, anche su quella delle altre creature.

Pig inizia in modo leggero e divertente – un giovane un po' ingenuo di nome Lexington, cresciuto dalla zia Glosspan ("Pangloss" a rovescio) nella più rigida osservanza dei principi vegetariani, dopo la morte di costei scopre che gli piace il gusto della carne (benché, di fatto, non sappia cosa stia mangiando). Ben presto però, come in tutti i racconti di Dahl, le cose prendono una piega bizzarra.

Spinto dalla curiosità per questa gustosa sostanza chiamata "carne suina", su consiglio di un nuovo amico Lexington decide di prendere parte ad una visita guidata a un macello. Lo seguiamo mentre siede nella sala d'attesa con altri visitatori. Oziosamente osserva come vengano chiamati, uno dopo l'altro, a fare il loro giro. Alla fine arriva anche il turno di Lexington, che dalla sala d'attesa è condotto in una zona in cui i maiali vengono incatenati, dove osserva come questi vengono appesi per le zampe posteriori ai ganci di una catena mobile, come vengono sgozzati, e come, sanguinando copiosamente dalla gola, procedono a testa in giù lungo la "catena di smontaggio" per poi piombare in un calderone d'acqua bollente dove vengono spelati, dopodiché, tagliati via teste e arti, sono pronti per essere squartati e spediti in linde vaschette avvolte nel cellophane a supermercati sparsi in tutto il paese, dove se ne staranno in vetrina insieme ad altri concorrenti dal colore rosato, in attesa di acquirenti che li ammirino e, se tutto va bene, li scelgano per portarseli a casa.

Mentre osserva la scena con una sorta di distaccato rapimento, Lexington stesso viene all'improvviso strattonato per una gamba e messo a testa in giù, e si rende conto che ora anche lui è appeso a penzoloni dalla catena mobile, proprio come i maiali che stava guardando. Svanita del tutto la sua placidità, si mette ad urlare "C'è stato un terribile errore!", ma gli operai ignorano le sue grida. Presto la catena lo trascina accanto a un tipo dall'aspetto amichevole che Lexington spera afferrerà l'assurdità della situazione, ma invece il gentile "sgozzatore" afferra il giovane penzolante per un orecchio, lo tira un po' più vicino a sé e poi, sorridendogli benevolo e amorevole, con destrezza gli squarcia la vena giugulare con un affilato coltello. Mentre il giovane Lexington continua il suo inaspettato viaggio capovolto, il cuore gli pompa con forza sangue fuori dalla gola e sul pavimento di cemento, e benché si trovi a testa in giù e stia perdendo rapidamente coscienza, percepisce in maniera indistinta i maiali davanti a lui che cadono, a uno a uno, nel calderone fumante. Uno di essi, curiosamente, sembra indossare dei guanti bianchi sulle zampe anteriori, e questo richiama alla mente la giovane donna coi guanti che poco prima lo aveva preceduto nel percorso dalla sala d'attesa alla zona di visita. E con questo ultimo singolare pensiero nella mente Lexington scivola confusamente fuori da questo, "il migliore dei mondi possibili", in quello successivo.

La scena finale di Pig ha continuato a riverberarmi nella mente per molto tempo. Dentro di me oscillavo senza posa nell'immagine di essere, a turno, un maiale che grugnisce a più non posso appeso a un gancio a testa in giù e Lexington mentre rotola nel calderone…

Riverberazione, rivelazione, rivoluzione

Un mese o due dopo aver letto questo racconto che non voleva uscirmi dalla testa, andai con i miei genitori e mia sorella Laura a Cagliari, all'estremità meridionale dell'aspra isola di Sardegna, dove mio padre avrebbe partecipato a un congresso di fisica. Per concludere il convegno secondo il più solenne stile locale, gli organizzatori avevano preparato un sontuoso banchetto in un parco nei sobborghi della città, durante il quale un maialino da latte avrebbe dovuto essere arrostito e poi tagliato a pezzi davanti ai commensali. Quali ospiti illustri del convegno, ci si aspettava che tutti noi prendessimo parte a questa venerata tradizione sarda. Io però ero ancora sotto la profonda influenza del racconto di Dahl, che avevo letto da poco, e non potevo neppure concepire di prendere parte a un simile rituale. Nella mia nuova disposizione d'animo, non riuscivo nemmeno lontanamente a immaginare come qualcuno potesse mai desiderare di trovarsi là, per non parlare di ingerire qualcosa del corpo del porcellino. Venni poi a sapere che anche mia sorella Laura era inorridita al solo pensiero, e così noi due restammo in hotel e fummo molto contenti di mangiare un po' di pasta e di verdure.

I due colpi ravvicinati del "Maiale" norvegese e del maialino sardo ebbero come risultato che seguissi l'esempio di mia sorella e smettessi del tutto di mangiare carne. Mi rifiutavo anche di comprare scarpe o cinture di pelle. Presto divenni un fervente predicatore in cerca di proseliti per il mio nuovo credo, e ricordo la soddisfazione che mi diede il fatto di essere riuscito a persuadere per alcuni mesi un paio di amici, che però con mio disappunto a poco a poco abbandonarono i loro propositi.

In quel periodo mi chiedevo spesso come alcuni dei miei idoli personali – Albert Einstein, per esempio – avessero potuto mangiar carne. Non trovai una spiegazione, sebbene di recente, con mio grande piacere, una ricerca in rete mi ha fornito qualche indizio di come le simpatie di Einstein andassero, in effetti, ai principi vegetariani, e non per motivi di salute ma per compassione verso gli esseri viventi. Io però non ne sapevo nulla a quel tempo, e in ogni caso molti altri miei eroi erano senz'altro carnivori e perfettamente consapevoli di quello che stavano facendo. Era una realtà che mi rattristava e mi disorientava.

Riconversione, rievoluzione

La cosa davvero strana è che, soltanto alcuni anni più tardi, sentii anch'io le pressioni del vivere quotidiano nella società americana a un livello tale che abbandonai il mio un tempo appassionato vegetarianismo, e per un certo periodo tutte le mie intense ruminazioni finirono sepolte e quasi dimenticate. Penso che il me stesso della metà degli anni Sessanta avrebbe trovato questa riconversione assolutamente imperscrutabile, eppure le due versioni di me hanno entrambe vissuto nell'unico e medesimo cranio. Ero davvero la stessa persona?

Trascorsero molti anni in questo modo, quasi come se non avessi mai avuto alcuna epifania, ma poi un giorno, poco tempo dopo essere diventato professore assistente all'Università dell'Indiana, incontrai Sue, una donna molto attenta e riflessiva che aveva adottato la stessa filosofia vegetariana che a suo tempo avevo adottato io e per ragioni simili alle mie, ma che aveva perseverato per un tempo più lungo di quanto non avessi fatto io. Sue e io diventammo buoni amici, e io ammiravo la purezza delle sue convinzioni. La nostra amicizia mi portò a riconsiderare tutto ancora una volta e in breve tempo mi ero riconvertito alla mia posizione post-Pig di non uccidere mai.

Nel corso degli anni seguenti ci furono alcune ulteriori oscillazioni, ma in prossimità dei quarant'anni mi assestai infine su una posizione stabile – un compromesso che rispecchiava la mia nascente intuizione che esistessero anime di diverse dimensioni. Benché la cosa mi risultasse tutt'altro che chiara e cristallina, ero disposto ad accettare la vaga idea che alcune anime, purché fossero "abbastanza piccole", potessero venire legittimamente sacrificate perché così desideravano anime "più grandi", quali la mia e quelle di altri esseri umani. Anche se tracciare la linea di demarcazione in corrispondenza dei mammiferi era naturalmente piuttosto arbitrario (come lo è per forza di cose ogni linea di demarcazione di questo tipo), questo divenne il mio nuovo credo e vi tenni fede per i due successivi decenni.

Il mistero della carne inanimata

In alcune lingue, come l'inglese e anche l'italiano, non si usa dire che mangiamo il maiale o la mucca, ma che mangiamo la carne di maiale o la carne di manzo. Mangiamo sì pollo – ma non mangiamo i polli. Una volta la giovanissima figlia di un mio amico raccontò tutta allegra al padre che la parola usata per un certo uccello d'allevamento che chiocciava e faceva le uova era anche quella per definire una sostanza che lei trovava spesso nel suo piatto all'ora di cena. Alla bimba questa sembrava una coincidenza davvero buffa, simile alla buffa coincidenza per cui, per esempio, "venti" indica sia il plurale di "vento" che il numero successivo al diciannove. Rimase molto turbata, inutile dirlo, quando le spiegarono che quel cibo saporito e l'animale che deposita uova e fa coccodè erano esattamente la stessa cosa.

Probabilmente passiamo tutti per questo stato di confusione quando, da bambini, scopriamo che stiamo mangiando animali che la nostra cultura ci dice essere carini e graziosi – agnellini, coniglietti, vitellini, pollastrelle, e così via. Ricordo, seppur vagamente, la mia stessa sincera confusione infantile di fronte a questo mistero, ma siccome il mangiar carne era un così incontestato luogo comune, di solito mettevo tutto sotto il tappeto e non stavo troppo a pensarci su.

Tuttavia, i negozi alimentari avevano un loro modo sgradevole di sollevare chiaramente il problema. C'erano grandi banconi che mettevano in mostra ogni genere di masse informi dall'apparenza viscida e di vari strani colori, etichettate "fegato", "trippa", "cuore" e "reni", e qualche volta perfino "lingua" e "cervello". Non solo queste suonavano come parti animali, ne avevano anche tutta l'apparenza. Fortunatamente, quello chiamato "manzo macinato" non era poi così tanto simile a una parte animale, e dico "fortunatamente" perché aveva un così buon sapore. Non avrei mai voluto essere disilluso dal mangiare quello! Anche la pancetta era buonissima, e le strisce di quella roba erano così sottili e, una volta cotte, così croccanti che non facevano proprio pensare a un animale. Che fortuna!

Erano le banchine di scarico sul retro dei negozi di alimentari a riproporre il mistero a viva forza. A volte si fermava un grosso camion, e quando il portellone posteriore si spalancava vedevo enormi pezzi di carne e ossa penzolare senza vita da spaventosi ganci metallici. Guardavo ogni volta con morbosa curiosità queste carcasse che scorrevano lungo traverse sopraelevate, così da poter essere spostate con facilità. Tutto questo metteva molto a disagio il preadolescente che ero, e contemplando una carcassa non potevo impedirmi di riflettere: "Chi era quell'animale?". Non mi stavo chiedendo il suo nome, sapevo bene che gli animali d'allevamento non ne avevano; stavo cercando di afferrare qualcosa di più filosofico – come ci si era sentiti a essere quell'animale piuttosto che un altro. Che cos'era quella irripetibile luce interiore che si era improvvisamente spenta quando quell'animale era stato ammazzato?

Quando da ragazzo andai in Europa, il problema si ripresentò in modo ancor più crudo. Là, corpi di animali senza vita (di solito scuoiati, privati di testa e coda, ma a volte anche interi) erano in bella mostra di fronte a tutti i clienti. Il mio ricordo più vivo è quello di una grossa drogheria che, nel periodo natalizio, aveva esposto su un bancone una testa di maiale. Se a uno capitava di avvicinarglisi da dietro, poteva vedere una sezione piatta con tutte le strutture interne del collo dell'animale, proprio come se fosse stato ghigliottinato. C'erano tutte le fitte linee di comunicazione che una volta avevano collegato le varie parti remote del corpo di questo individuo al "quartier generale" nella sua testa. Visto dalla parte opposta, questo animale aveva stampato in faccia quello che sembrava un sorriso congelato, e la cosa mi faceva accapponare la pelle.

Ancora una volta non potei fare a meno di chiedermi: "Chi c'era stato un tempo dentro quella testa? Chi aveva vissuto lì? Chi aveva guardato attraverso quegli occhi, sentito con quelle orecchie? Chi era stato davvero questo pezzo di carne? Era un maschio o una femmina?". Non ottenni alcuna risposta, ovviamente, e nessun altro cliente pareva prestare attenzione a quell'esposizione. Mi sembrava che nessun altro si stesse confrontando con le intense domande su vita, morte, e "identità porcinale" che quella testa muta e immobile suscitava in modo così potente e tumultuoso nella mia.

A volte mi ponevo la stessa domanda dopo aver schiacciato una formica o una farfallina di tarma o una zanzara – ma non tanto spesso. D'istinto ero portato a pensare che in questi casi avesse meno senso chiedersi "Chi c'è ‘lì dentro'?". Ciononostante, la vista di un insetto parzialmente schiacciato che si agita in modo convulso sul pavimento mi induce sempre a un qualche tipo di riflessione interiore. E in effetti, il motivo per cui ho evocato tutte queste immagini cruente non è quello di fare una crociata per una causa sulla quale con tutta probabilità molti dei miei lettori avranno già riflettuto a lungo; quanto piuttosto sollevare la scottante questione di che cosa sia un'"anima", e di chi o cosa ne possieda una. È una questione che riguarda ciascuno di noi per tutta la durata della nostra vita – almeno implicitamente, e per molte persone anche esplicitamente – ed è la questione centrale di questo libro.

Datemi degli uomini con un'anima robusta e gagliarda

Ho accennato prima al mio profondo amore per la musica di Chopin. Da ragazzo e da giovane ho suonato al pianoforte molti pezzi di Chopin, spesso presi dalle edizioni di colore giallo vivace pubblicate da G. Schrimer a New York. Ognuno di questi volumi si apriva con un saggio scritto ai primi del Novecento dal critico americano James Huneker. Oggi molti troverebbero la prosa di Huneker un po' troppo magniloquente ma per me non lo era; il suo dirompente impeto emotivo risuonava con la mia percezione della musica di Chopin, e tutt'ora amo il suo stile di scrittura e le sue ricche metafore. Nella sua prefazione al volume degli Studi di Chopin, a proposito dello Studio in la minore op. 25 n. 11 (un'eruzione titanica spesso chiamata "Vento d'inverno", benché questo certamente non fosse né il titolo dato da Chopin né l'immagine che lui ne aveva), Huneker esprime la seguente notevole considerazione: "Uomini dall'anima piccola, per quanto agili siano le loro dita, non dovrebbero cimentarvisi".

Posso testimoniare personalmente la spaventosa difficoltà tecnica di quell'incredibile marea montante che è questo pezzo di musica, avendo io coraggiosamente tentato di impararlo all'età di circa sedici anni ed essendo stato tristemente costretto a rinunciarvi quando ero a metà strada, dal momento che suonare anche solo la prima pagina alla giusta velocità (cosa che infine riuscii a fare dopo diverse settimane di durissimo esercizio) mi faceva pulsare dal dolore la mano destra. Ma la difficoltà tecnica non è, ovviamente, ciò a cui si riferiva Huneker. Di questo pezzo, Huneker dice a ragione che è maestoso e nobile ma poi, e qui è assai più discutibile, traccia una linea di demarcazione tra differenti livelli o "dimensioni" delle anime umane, suggerendo che alcune persone semplicemente non siano all'altezza di suonarlo, non per una qualche limitazione corporea, ma perché le loro anime non sono "abbastanza grandi". (Non starò a criticare il sessismo delle parole di Huneker: era quello lo standard dell'epoca e, purtroppo, lo è ancora oggi in molte lingue e culture.)

Un'opinione di questo tipo non sarebbe bene accetta nell'America egualitaria di oggi. Non sarebbe molto popolare. A essere onesti, suona estremamente elitaria, forse perfino ripugnante, alle nostre moderne orecchie democratiche. Eppure devo ammettere che in un certo qual modo sono d'accordo con Huneker, e non riesco a non chiedermi se noi tutti non crediamo implicitamente alla legittimità di qualcosa di vagamente simile all'idea che ci siano esseri umani "dall'anima piccola" ed esseri umani "dall'anima grande". Di fatto, non posso fare a meno di suggerire che questa sia in realtà la convinzione che quasi tutti noi abbiamo, per quanto egualitari ci professiamo pubblicamente.

Esseri umani dall'anima piccola ed esseri umani dall'anima grande

Alcuni di noi credono nella pena capitale – la deliberata pubblica soppressione di un'anima umana, non importa quanto ardentemente quell'anima possa implorare misericordia, tremare, scuotersi, urlare, dibattersi disperatamente per sfuggire mentre viene condotta lungo il corridoio che porta al luogo della sua condanna.

Alcuni di noi, forse quasi tutti, credono che uccidere soldati nemici in guerra sia legittimo, come se la guerra fosse una circostanza speciale che fa restringere le anime dei soldati nemici.

In passato, forse alcuni di noi avrebbero creduto (come lo credettero, ognuno a modo suo, almeno per un certo periodo di tempo, George Washington, Thomas Jefferson e Benjamin Franklin) che non fosse immorale possedere schiavi e venderli e comprarli disperdendo famiglie arbitrariamente, proprio come facciamo al giorno d'oggi, per esempio, con cavalli, cani e gatti.

Alcune persone religiose credono che gli atei, agli agnostici e i seguaci delle altre fedi – o, ancora peggio, i traditori che hanno abbandonato "la" fede – non abbiamo affatto un'anima, e siano perciò particolarmente meritevoli di morte.

Altre (incluse alcune donne) credono che le donne non abbiano un'anima – o forse, un po' più generosamente, che abbiano "anime più piccole" degli uomini.

Alcuni di noi (incluso il sottoscritto) credono che il defunto presidente Reagan fosse in pratica "del tutto andato" molti anni prima che il suo corpo rendesse l'anima, e più in generale crediamo che le persone agli ultimi stadi del morbo di Alzheimer siano in pratica del tutto andate. Ci colpisce il fatto che, sebbene all'interno di ognuna di quelle scatole craniche si trovi ancora un cervello umano, qualcosa sia scomparso da quel cervello – qualcosa di essenziale, qualcosa che conteneva i segreti dell'anima di quella persona. L'io è del tutto o in parte svanito, si è dileguato, non lo si ritroverà mai più.

Alcuni di noi (di nuovo, metto me stesso in questo gruppo) credono che né un ovulo appena fecondato né un feto di cinque mesi possiedano una piena anima umana, e che, in un certo senso, la vita di una potenziale madre conti più della vita di quella piccola creatura, per quanto incontestabilmente vivente quella creatura sia.

Hattie il labrador cioccolato

KELLIE: Dopo mangiato usciamo a vedere il tacchino di Lynne, che è qualcosa che non abbiamo ancora visto.

DOUG: Qualcosa o qualcuno?

KELLIE: Qualcosa direi. Un tacchino non è qualcuno.

DOUG: Capisco… Allora Hattie è un qualcuno o un qualcosa?

KELLIE: Oh, lei è un qualcuno, non c'è dubbio.

Ollie il golden retriever

DOUG: Allora è piaciuta a Ollie la gita al lago Griffy di oggi pomeriggio?

DANNY: Oh sì, lui si è divertito parecchio, ma non ha giocato molto con gli altri cani. Però gli è piaciuto giocare con le persone.

DOUG: Davvero? Come mai?

DANNY: Ollie non è il tipo di persona da cani, è più un tipo da gente.

Dove tracciare la fatidica linea fatale?

Tutti gli esseri umani – almeno quelli con un'anima di dimensione abbastanza grande – devono affrontare questioni quali lo schiacciare mosche o zanzare, il piazzare trappole per topi, il cibarsi di conigli o aragoste o tacchini o maiali, forse perfino di cani o cavalli, l'acquisto di stole di visone o statue d'avorio, l'uso di valigie in pelle o di cinture di coccodrillo, perfino l'attacco a base di penicillina contro orde di batteri che hanno invaso il proprio organismo, e così via. Il mondo ci impone in ogni momento dilemmi morali piccoli e grandi – come minimo, a ogni pasto – e siamo tutti costretti a prendere posizione.

Un agnellino possiede un'anima che conta qualcosa, o il sapore delle costolette d'agnello è troppo delizioso per stare a pensarci su più di tanto? Una trota che ha mangiato l'esca e ora si sta dibattendo senza rimedio all'estremità di un filo di nylon merita di sopravvivere o si deve solo darle un secco "colpo di grazia" in testa e "mettere fine alle sue sofferenze" così da poter assaporare l'indescrivibile eppure stranamente prevedibile consistenza tenera e friabile dei suoi bianchi muscoli? Le cavallette e le zanzare e perfino i batteri possiedono al loro interno una minuscola "luce accesa", non importa quanto fioca, o è tutto buio "là dentro"? (Dentro dove?) Perché non mangio i cani? Chi era il maiale la cui pancetta stavo gustando a colazione? Che pomodoro è quello che sto masticando? Dobbiamo abbattere quel magnifico olmo nel nostro giardino? E già che ci sono, devo sradicare il cespuglio colmo di more selvatiche? E tutte le erbe che crescono lì vicino?

Che cosa dà a noi utilizzatori di parole il diritto di prendere decisioni di vita o di morte nei riguardi di altre creature viventi che non hanno la facoltà della parola? E perché quando ci pensiamo siamo così tormentati (almeno alcuni di noi)? In ultima analisi, è soltanto perché la forza fa il diritto, e noi umani, grazie all'intelligenza resa possibile dalla complessità dei nostri cervelli e dal nostro essere immersi in linguaggi e culture di grande ricchezza, siamo in effetti potenti ed eminenti rispetto agli "inferiori" animali (e vegetali). In virtù della nostra potenza, siamo costretti a stabilire una sorta di graduatoria delle creature, sia che lo facciamo come risultato di lunghe e attente riflessioni personali sia che, semplicemente, ci lasciamo trascinare dal potente flusso delle masse. Le mucche sono sacrificabili con la stessa tranquillità con cui uccidiamo le zanzare? Vi sentireste in qualche modo meno turbati dallo schiacciare una mosca che si sta strofinando le zampette su una parete che dal decapitare un pollo tremante su un ceppo? È ovvio che queste domande potrebbero essere moltiplicate all'infinito, ma mi fermo qui.

Riporto qui sotto il mio personale "cono di coscienza". Non vuole essere esatto, è puramente indicativo, ma presumo che nella vostra testa, così come nella di testa di ciascun essere umano dotato di parola, esista qualche struttura analoga, anche se nella maggioranza dei casi non è mai fatta oggetto di attenta osservazione dal momento non è nemmeno formulata in modo esplicito.

Cono di coscienza

Interiorità – cosa la possiede, e in che grado?

È molto improbabile che voi, lettori di questo libro, vi siate persi tutti i film della serie di Guerre stellari, con i loro pressoché indimenticabili D-3BO e C1-P8. Per quanto assiduamente irrealistici siano questi due robot, specie per come li può percepire qualcuno che come me ha lavorato per decenni cercando di comprendere con l'aiuto di modelli computazionali anche solo i più primitivi meccanismi dell'intelligenza umana, servono tuttavia a uno scopo molto utile – sono degli apri-mente. Vedere D-3BO e C1-P8 "in carne e ossa sullo schermo ci fa capire che, quando guardiamo un'entità fatta di metallo o plastica, non siamo giocoforza destinati a saltare alla dogmatica conclusione: "Quella cosa è necessariamente un oggetto inanimato poiché è fatta ‘con il materiale sbagliato'". Scopriamo piuttosto, forse con nostra sorpresa, che possiamo facilmente immaginarci un'entità pensante e senziente fatta di un materiale freddo, rigido, e così poco simile alla carne.

In uno dei film di Guerre stellari, ricordo di aver visto un enorme battaglione di centinaia di robot che marciavano in modo uniforme – e quando dico "uniforme", intendo davvero uniforme, tutti che avanzavano impettiti in perfetta sincronia, e tutti con le stesse espressioni del viso, impassibili, vacue, meccaniche. Sospetto che dopo questa inequivocabile immagine di assoluta interscambiabilità, virtualmente nessuno degli spettatori senta la benché minima punta di tristezza quando una bomba cade sul battaglione che sta caricando e tutti i suoi membri – queste "creature" prodotte in serie – vengono istantaneamente fatti esplodere in mille pezzi. Dopotutto, in modo diametralmente opposto a D3-BO e C1-P8, questi robot non sono affatto creature – ma semplici pezzi di metallo! In questi involucri metallici non c'è più interiorità di quanta ce ne sia in un apriscatole, in un'automobile o in una nave da guerra, un fatto rivelatoci dal loro essere perfettamente identici. O altrimenti, se per caso ci dovesse essere al loro interno un qualche minuscolo grado di interiorità, sarebbe dello stesso ordine di grandezza del grado di interiorità di una formica. Questi marciatori metallici sono solo robot soldati, membri di una casta di fuchi di una più grande colonia di robot, e stanno solo obbedendo, in perfetto stile zombie, agli inflessibili impulsi meccanici impiantati nei loro circuiti. Se da qualche parte lì dentro c'è dell'interiorità, è di un livello irrilevante.

Cos'è, allora, che ci da il senso innegabile che D-3BO e C1-P8 abbiano una "luce accesa" dentro, che ci sia un bel po' di autentica interiorità nei loro crani inorganici, situata da qualche parte dietro ai loro buffi occhi tonti? Da dove viene il senso innegabile del loro io che noi percepiamo? E d'altra parte, cos'era che mancava nell'ex presidente Reagan nei suoi ultimi anni di vita o in quella massa di tronfi robot in marcia tutti uguali fra loro, e cos'è invece che non manca in Hattie il labrador cioccolato e in C1-P8 il robot, e che fa per noi tutta la differenza?

La crescita graduale di un'anima

Ho detto in precedenza di essere tra coloro che rifiutano la nozione di un'anima umana già pienamente sviluppata che viene alla luce nel momento in cui uno spermatozoo umano si unisce a un ovulo umano a formare uno zigote. Al contrario, credo che un'anima umana – e, per inciso, è mia intenzione in questo libro chiarire cosa intendo con questa parola sfuggente, cangiante, spesso carica di connotazioni religiose, anche se qui non ne ha alcuna – si formi in modo graduale nel corso di molti anni di sviluppo. Può sembrare grossolano metterla in questi termini, ma vorrei suggerire, almeno metaforicamente, una scala numerica di "gradi di possesso d'anima", o "gradi di animatezza". Possiamo immaginare in prima battuta che questa scala vada da 0 a 100, e le sue unità di misura si chiamino, giusto per divertimento, "huneker". Dunque noi, cari lettori, siamo tutti a 100 huneker di animatezza, o giù di lì. Qua la mano!

Oops! Mi sono appena accorto di aver commesso un errore che deriva dai lunghi anni di indottrinamento a tutte le ammirevoli tradizioni egualitarie del mio paese natale – vale a dire che ho inconsapevolmente dato per scontato che ci sia un valore raggiunto il quale il possesso d'anima "è al massimo", e che tutti gli adulti normali raggiungano questo tetto e non possano andare oltre. Per quale motivo, però, dovrei dare per scontata una cosa del genere? Perché l'animatezza non potrebbe essere come, poniamo, l'altezza? C'è un'altezza media per gli adulti, ma c'è anche una variabilità considerevole rispetto a quella media. Perché non dovrebbe esserci allo stesso modo un grado medio di animatezza per adulti (diciamo 100 huneker) più un'ampia gamma intorno a quella media, magari (come per il QI) che arriva fino ad altezze di 150 o 200 in casi rari, e anche giù fino a 50 o ancora più in basso in altri casi?

Se le cose stanno così, allora ritiro quanto ho affermato per riflesso condizionato che noi, cari lettori, abbiamo tutti quanti 100 huneker di animatezza. Invece, preferirei suggerire che abbiamo tutti un valore considerevolmente più alto di quello previsto dall'hunkerometro! (Spero che siate d'accordo.) Tuttavia, in questo modo sembra che ci stiamo inoltrando in un territorio moralmente pericoloso, avvicinandoci all'idea che alcune persone valgano più di altre – idea che è un anatema nella nostra società (e che disturba anche me), dunque non dedicherò molto tempo qui a cercare di capire come calcolare l'animatezza di una data persona in huneker.

Mi colpisce l'idea che, dopo l'unione di spermatozoo e ovulo, il bio-grumo infinitesimale che ne risulta abbia un'anima che vale essenzialmente zero huneker. Quello che è successo, però, è che si è generata un'entità dinamica che cresce a valanga, la quale nel giro di alcuni anni sarà in grado di sviluppare un insieme complesso di strutture o pattern interni – e la presenza, in grado via via più elevato, di questi intricati pattern è ciò che doterà quella entità (o piuttosto, le entità enormemente più complesse nelle quali man mano si trasforma, passo dopo passo) di un valore sempre maggiore nella scala di Huneker, puntando verso un qualche valore prossimo a 100.

Il cono mostrato qui sotto dà un'idea approssimativa ma vivida del valore di huneker che potrei attribuire a esseri umani di età compresa fra zero e vent'anni (o, in alternativa, a un solo essere umano in diversi stadi di vita).

Scala Huneker

In breve, quello che vorrei sostenere qui, riecheggiando e generalizzando la provocatoria dichiarazione di James Huneker, è che l'"animatezza" non è affatto una variabile discreta, on-off, bianca-nera, che ha solo due stati possibili come un bit, un pixel, o una lampadina, ma che è piuttosto una variabile numerica sfumata, fuzzy, che varia in modo continuo tra diverse specie e varietà di oggetti, e che può anche salire o scendere nel corso del tempo come risultato della crescita o del declino, all'interno dell'entità in questione, di uno speciale tipo di pattern sottile e complesso (la cui natura, e il tentativo di delucidarla, ci terranno impegnati per gran parte di questo libro). Vorrei sostenere altresì che i pregiudizi in larga misura inconsapevoli della maggioranza delle persone, che riguardano per esempio se mangiare o meno questo o quel cibo, se comprare o meno questo o quel capo di abbigliamento, se schiacciare o men questo o quell'insetto, se fare il tifo o meno per questo o quel tipo di robot in un film di fantascienza, se essere tristi o meno quando il personaggio di un film o di un romanzo va incontro a una fine violenta, se ritenere o meno che una particolare persona in là con gli anni "non c'è più", e così via, riflettono precisamente questo tipo di continuum numerico nelle menti di queste persone, che lo ammettano o no.

Forse vi chiederete se il mio aver disegnato un cono che senza scrupoli raffigura "gradi di possesso d'anima" durante lo sviluppo di un dato essere umani implica che sarei più incline, se sottoposto a enorme pressione (come nel film La scelta di Sophie), a spegnere la vita di un bimbo di due anni piuttosto che la vita di un adulto di venti. La risposta è: "No, non lo implica". Anche se credo sinceramente che ci sia molta più anima nel ventenne che non nel bimbo di due anni (un punto di vista che senza dubbio potrà sconcertare molti lettori), ho tuttavia enorme rispetto per la potenzialità del bimbo di due anni di sviluppare un'anima molto più grande nel corso di una dozzina di anni. Per di più, io sono stato costruito dal meccanismo di miliardi di anni di evoluzione fino a percepire nel bimbo quella che, in mancanza di una parola migliore, chiamerò "graziosità", e la presenza ben percepibile di questa conferisce al bimbo un guscio di protezione straordinariamente robusto contro ogni genere di attacco non solo da parte mia, ma da parte di ogni umano di qualunque età, sesso e convinzioni.

Luci accese?

L'intento principale di questo libro è cercare di mettere a fuoco la natura di quel "genere speciale di sottile pattern" che sono giunto a credere stia alla base, o dia origine, a quello che finora ho chiamato un'"anima" o un "io". Avrei potuto allo stesso modo parlare di "avere una luce dentro", "possedere interiorità", o di "essere cosciente", una vecchia espressione sempre a portata di mano.

I filosofi della mente usano spesso i termini "possedere intenzionalità" (che significa avere convinzioni, desideri, paure e così via) o "avere semantica (che significa la capacità di pensare realmente in merito alle cose, in opposizione alla "pura e semplice" capacità di manipolare segni senza significato in pattern complicati – una distinzione messa in evidenza nel dialogo fra le mie versioni di Socrate e Platone).

Sebbene ognuno di questi termini metta a fuoco un aspetto leggermente diverso dell'elusiva astrazione che ci interessa, dal mio punto di vista essi sono tutti pressoché intercambiabili. E tutti questi termini vanno intesi, lo ripeto, come se fossero posizionati a diversi livelli lungo una scala mobile, piuttosto che come interruttori in/off, bianco/nero, sì/no.

Post Scriptum

La prima versione di questo capitolo era stata scritta due anni fa, e benché discutesse del mangiar carne e dell'essere vegetariani, era sull'argomento decisamente più povera di quanto lo sia questa versione finale. Alcuni mesi più tardi, mentre lo stavo "rimpolpando" con il riassunto del breve racconto Pig, mi sono ritrovato improvvisamente a mettere in discussione la linea di demarcazione che avevo accuratamente tracciato due decenni prima e con la quale da allora avevo sempre convissuto (anche se talvolta con un certo malessere) – vale a dire la linea divisoria fra i mammiferi e gli altri animali.

D'un tratto, ho cominciato a sentirmi fortemente a disagio all'idea di mangiare pollo e pesce, sebbene l'avessi fatto per circa vent'anni, e così, con mia stessa sorpresa, sono ritornato di punto in bianco "vivo e vegetariano", per così dire. E per una notevole coincidenza, i miei due figli sono arrivati in modo indipendente a simili conclusioni quasi esattamente nello stesso periodo, cosicché, nell'arco di appena un paio di settimane, la nostra dieta in famiglia è diventata completamente vegetariana. Sono ritornato allo stesso punto di cui mi trovavo all'età di ventun anni in Sardegna, ed è il punto in cui ho intenzione di fermarmi.

Scrivere questo capitolo ha quindi provocato sul suo autore un effetto boomerang totalmente inaspettato – e, come vedremo in successivi capitoli, un tale imprevedibile rimbalzo di scelte appena compiute, seguito dall'incorporazione delle loro ripercussioni nel proprio modello di sé, rappresenta un esempio eccellente di strano anello nel nucleo centrale di un io. Possiamo così considerare questo anello come il primo a presentarsi nella serie offerta da questo libro di anelli nell'io.