Un ramo di pazzia

Posted on gio 25 febbraio 2016 in Blog

Di Max Stirner, da L'unico e la sua proprietà.

O uomo, la tua testa non è a segno; tu hai un granello di follia. Tu immagini grandi cose, dipingi alla tua fantasia un intero mondo di dei fatto per te solo, un regno degli spiriti al quale tu solo sei destinato: un ideale che a sé ti chiama. La tua è un’idea fissa.

Non pensare già che io scherzi o parli in stile biblico, se considero quegli uomini, anzi la maggior parte degli uomini che vivono sotto il fascino delle cose elevate, quale altrettanti “pazzi” degni del manicomio.

Che cosa s’intende per “idea fissa”? Un’idea della quale l’uomo si è reso schiavo. Se da una tale idea fissa voi riconosceste che l’uomo è pazzo voi chiudete in un manicomio, colui che n’è schiavo. E non sono forse tali i dogmi della fede, dei quali non è lecito dubitare la maestà, per esempio, del popolo alla quale non si deve attentare (chi lo fa si rende colpevole di lesa maestà); la virtù che il censore tutela col dar l’ostracismo ad ogni parola che possa ledere in qualunque modo la moralità, ecc.? Non sono forse, tutte codeste, “idee fisse” ? Non son forse tutte stolte chiacchiere, quelle, per esempio, della massima parte dei nostri giornali; chiacchiere di pazzi, dominati dall’idea fìssa della moralità, della legalità, del cristianesimo, erranti liberi per il mondo poiché tanto vasto è il manicomio che li accoglie? Se ad alcuno di cotali pazzi si tocca il tasto dell’idea fissa, ecco che ci sarà necessario d’assicurarci contro la sua furia. Giacché questi grandi pazzi rassomigliano ai pazzi ordinari in ciò, che essi assalgono proditoriamente chi s’attenta a dissuaderli dalla loro “idea fissa”. Prima gli tolgono l’arma; poi la parola, ed in fine piombano su di lui per dilaniarlo colle loro unghie. Ogni giorno ci fornisce nuove prove della vigliaccheria e degli istinti di vendetta di tali pazzi, e il popolo sciocco plaude alle loro folli attitudini. Bisogna leggere le gazzette dei nostri giorni per acquistare l’orribile convincimento, che si è rinchiusi insieme con dei pazzi. — “Tu non devi dar del pazzo al fratello tuo, altrimenti, ecc.”. Ebbene, io non temo la vostra maledizione e dico: “i miei fratelli sono pazzi, arcipazzi”. Che un disgraziato inquilino del manicomio s’immagini d’essere il Padre Eterno, l’imperatore del Giappone, oppure lo Spirito Santo, o che un bravo borghese persuada a sé stesso ch’egli è destinato ad essere un buon cristiano, un fedele protestante, un cittadino devoto al governo, un uomo virtuoso e cosi via — si tratta pur sempre d’una “idea fissa”. Colui che non ha tentato mai né mai osato di cessar d’essere (fosse pure per un momento) un buon cristiano, un fedele protestante, un uomo virtuoso è prigioniero e schiavo della sua fede, della sua virtù. Come gli scolastici non filosofavano che entro i limiti dei dogmi della Chiesa e il papa Benedetto XIV scriveva dei grossi volumi il cui contenuto non esorbitava dai confini delle superstizioni papistiche, come molti scrittori pubblicarono innumerevoli in-folio sullo “Stato” senza mettere in dubbio l’ idea fissa dello Stato, come le colonne dei nostri giornali sono ripiene di politica, perchè coloro che li scrivono sono dominati dall’idea che l’uomo sia destinato ad essere un “animale politico”; cosi vegetano anche i sudditi nella sudditanza, i virtuosi nella moralità, i liberali nell’umanesimo, ecc. senza mai provare contro tali loro idee fisse il coltello della critica. Immutabili, al pari delle monomanie dei pazzi quelle idee, se ne stanno su fondamenta di granito, e guai a chi s’attenta a toccarle — perché son cose sacre! L’idea fissa: ecco ciò ch’è sacro.

Ci abbattiamo noi forse soltanto in uomini ossessi dal demonio, oppure anche in persone ossesse dall’ idea del bene, della virtù, della moralità, della legge, o da qualche altro “principio”? Le ossessioni e possessioni diaboliche non sono le sole esistenti. Dio agisce su noi, ma su noi agisce pure il demonio; le opere di Dio sono effetti della “grazia divina”, le altre della “malia del demonio”. Gli ossessi sono posseduti dalle loro opinioni.

Se la parola “ossessione” vi spiace, adoperate per l’altra di “prevenzione”; anzi, poiché lo spirito vi possiede e da esso vi vengano tutte le ispirazioni, dite pure “entusiasmo”. Io soggiungo che l’entusiasmo perfetto — non volendo indugiare a parlar dell’entusiasmo non sincero — si chiama fanatismo.

Il fanatismo ritrovasi precisamente nelle persone colte; giacché colto è l’uomo il quale dimostra interesse per le cose spirituali; ora quando un tale interesse si manifesta in atto diviene (né altrimenti potrebbe essere) “fanatismo”; è cioè un interesse fanatico per una cosa “sacra” (fanum). Si guardi un po’ ai nostri liberali; si getti un’occhiata sui giornali patriottici della Sassonia; si ascolti quello che dice la Schlosser [(1) Il Secolo XVIII, II. 519.] : “La società dell’Holbach formava una vera trama contro la dottrina rivelata e contro il sistema vigente, e coloro che vi avevano parte erano altrettanto fanatici del loro ateismo, quanto i frati e i preti, i gesuiti e i pretisti, i metodisti e i missionari e le società della Bibbia del loro servizio divino meccanico e della loro fede nei dogmi”.

Si ponga attenzione al modo con cui oggidì si comporta un uomo “morale”, che pur presume molto spesso di essersi sbrigato di Dio e rigetta il cristianesimo come un’anticaglia. Se gli si domanda se abbia mai dubitato che l’accoppiamento tra fratelli non sia un incesto, che la monogamia non sia il vero matrimonio, che la pietà non sia sacro dovere ecc., egli proverà un brivido morale. E donde questo brivido? Dalla sua fede nei precetti dell’etica. Quella fede morale ha profonde radici nel suo petto. A nulla gli giova il suo travagliarsi contro i devoti cristiani; egli stesso è rimasto sempre cristiano, cioè un cristiano morale. Sotto forma di moralità il cristianesimo lo tiene schiavo, e propriamente schiavo della fede. La monogamia dev’essere una cosa sacra, e chi vive in bigamia dev’essere punito; punito chi si rende colpevole di incesto. In ciò appaiono perfettamente d’accordo tutti quelli che si danno faccenda a gridare che lo Stato non deve curarsi della religione e che l’ebreo è un membro dello stato al pari del cristiano. L’incesto e la monogamia non sono forse ancor essi “articoli di fede”? Si provi a toccarli, e anche quell’uomo morale si rivelerà un eroe della fede, come Krummacher e Filippo II. Questi combattevano per la loro fede religiosa; quegli combatte per la sua fede nello Stato, o nelle leggi morali onde lo Stato è disciplinato. Per articoli di fede tanto gli uni quanto gli altri condanneranno chiunque dissenta dalla loro fede: gli imprimeranno in fronte il marchio del “delitto” e lo manderanno a marcire nelle case di correzione morale, nelle carceri. Le credenze morali sono fanatiche quanto le religiose! E si ardisce parlare di “libertà di credenze” quando si gettano in un carcere dei fratelli che si rendono colpevoli d’un accoppiamento che dovrebbero giustificare unicamente dinanzi alla “propria coscienza”? “Ma essi davano un esempio pernicioso”! E si, perchè anche a qualcun altro potrebbe cader in mente che lo Stato non abbia da impacciarsi di simili cose, e allora addio “sicurezza di costumi”! E così è degli eroi religiosi: alcuni difendono la “santità di Dio”, altri la “santità della morale”.

Gli zelanti dalle cose sacre talvolta poco si rassomigliano tra di loro. Di quanto i rigorosi ortodossi o i vecchi credenti non differiscono dai combattenti per la “libertà, per la luce e pel diritto”, dagli amici della luce, dagli illuminati, ecc.? Eppure nulla havvi d’essenziale in tale differenza. Se vi provate a scuotere l’una o l’altra delle verità dogmatiche (per esempio i miracoli, la potestà assoluta del principe, e cosi via), i liberali vi aiuteranno, e solo i vecchi credenti strilleranno. Ma se toccate alle fondamenta della stessa verità, vi troverete di fronte, quali avversari, i credenti d’ambo le specie.

La stessa cosa vale per ciò che riguarda i costumi morali. I credenti ortodossi non conoscono l’indulgenza; gli intelletti più aperti sono i più tolleranti. Ma chi s’attenta a toccare alla moralità per sé stessa avrà da fare con gli uni e con gli altri. “Verità, moralità, diritto progresso, ecc.” devono essere e rimaner “sacri”. Ciò che nel cristianesimo da argomento di biasimo dev’essere appunto, sostengono i liberali, anticristiano; il cristianesimo per sé stesso deve restare una torre “incrollabile”, ed il cercar d’abbatterla è un “crimine”.

E’ ben vero che l’eretico contro la vera fede non s’espone più oggidì, come un tempo, al pericolo della persecuzione; ma ben più trista sorte attende l’eretico contro i buoni costumi.

La religiosità ha dovuto subire da un secolo tante scosse, e la sua essenza sovrumana ha sentito tante volte tacciarsi di inumana, che non si è più tentati ormai di contrastarla. Eppure quasi sempre sono scesi in lizza contro essa degli avversari morali per combattere l’ente supremo in favore di un altro ente supremo. Cosi s’esprime Proudhon senza riguardo: “L’uomo è destinato a vivere senza religione, ma la legge morale è eterna ed assoluta. Chi oserebbe oggidì di assalir la morale?”

I moralisti schiumarono ciò che v’era di più grasso nella pentola della religione, lo assaggiarono, ed ora non sanno come liberarsi dalla ipertrofia glandulare che li ha colti.

Se dunque noi osserviamo che la religione non corre pericolo d’esser lesa intimamente per ciò che solo le si rimproveri la sua essenza sovrumana, e che essa, in ultima istanza, si rivolge allo spirito (poiché Dio è spirito), ci sembra d’aver dimostrato a sufficienza come nelle sue ultime conseguenze essa possa accordarsi assai bene colla moralità, sicché possiamo tralasciar d’occuparci della lotta ostinata che contro di quella sostiene. Per entrambe la posta è un ente supremo; ne a noi importa che questo sia un essere umano, od un essere sovrumano, poiché si tratta nell’ uno o nell’atro caso d’un essere che si sovrappone al nostro. Al postutto, l’uomo, poiché avrà gettato da sé la pelle di serpente dell’antica religione, ne rivestirà tosto un’altra.

Cosi Feuerbach ci insegna che col solo invertire la filosofia speculativa, cioè col fare del predicato il soggetto e del soggetto l’oggetto ed il principio, si ottiene la genuina, la pura la nuda verità [(1) Anekdota II, 64]. Con ciò noi perdiamo Dio, che nel rispetto della religione circoscritta è il soggetto , ma in compenso acquistiamo l’altra parte del concetto religioso: la morale. Per esempio, noi non diciamo più: “Dio è l’amore”; bensì “l’amore è divino”. Se ora mettiamo in luogo del predicato “divino” l’equivalente “sacro”, le cose ritornano al loro posto antico. L’amore sarebbe dunque ciò che v’ha di buono nell’uomo, la sua divinità, così che gli torna ad onore, la sua vera “umanità” (onde solo può esser chiamato uomo).

E per spiegarci più chiaramente, le cose starebbero cosi: l’amore è la qualità per eccellenza “umana” dell’uomo, e l’egoista senza cuore e l’ “inumano”.

Ma per l’appunto tutto ciò che il cristianesimo ed anche la filosofia speculativa, cioè la teologia ci offrono per “buono”, per “assoluto” in sé, non è già propriamente il bene; cosi, col mutare il predicato nel soggetto, l’essenza cristiana (e il predicato contiene in sé l’essenza) non diverrebbe che più opprimente.

Dio e il divino si confonderebbero ancora più inestricabilmente con l’Io.

Cacciare Dio dal suo cielo e privarlo del suo carattere trascendentale non può ancor significare una piena vittoria, se con ciò lo si confina nel cuore umano dotandolo d’un’indistruttibile “immanenza”. Allora si dice: il divino è ciò che è veramente umano!

Le persone stesse, cui ripugna l’idea d’un cristianesimo posto a fondamento dello Stato (cioè del cosiddetto Stato cristiano) non si rimangono dal ripetere che la moralità è “la pietra angolare della vita sociale e dello Stato”. Come se l’impero della morale non fosse l’impero d’una cosa sacra, non fosse una “gerarchia”!

Vogliamo qui accennare di volo all’indirizzo liberale, il quale, dopo che i teologi ebbero asserito per lungo tempo la fede sola esser capace a far comprendere la verità della religione; Dio manifestarsi ai soli credenti; il cuore solo, il sentimento, la fantasia piena di fede, esser religiosi; proclamò che anche l’ “intelletto naturale” e la ragione umana sono capaci della conoscenza di Dio. Che cosa significa ciò se non che anche la ragione pretende di esser altrettanto fantastica quanto l’immaginazione?

In questo senso Reinaro scrisse le sue “più importanti verità sulla religione naturale”. Si doveva venire a tale che l’uomo tutt’intero e con tutte le sue facoltà si dimostrasse religioso; cuore e sentimento, intelletto e ragione, sentire sapere e volere in breve tutto nell’uomo apparve religioso. Hegel ha dimostrato che persino la filosofia è religiosa. E che cosa oggidì non si comprende sotto il nome di religione? La “religione dell’amore”, la “religione della libertà” la “religione politica”, in breve tutti gli entusiasmi. E così stanno le cose realmente.

Oggi ancora noi adoperiamo il vocabolo a noi straniero di “religione” che contiene il significato della costrizione. Costretti noi siamo, è vero, in quanto la religione domina il nostro interno; ma è costretto, e vincolato anche lo spirito? Al contrario, esso è libero, è padrone assoluto di sé stesso; non il nostro spirito, bensì l’assoluto.

Per ciò la vera traduzione affermativa della parola religione sarebbe la “libertà di pensiero”. Quegli il cui pensiero è libero e religioso allo stesso modo che è sensuale l’uomo che da libero sfogo ai suoi sensi. Il primo è costretto dallo spirito, il secondo dai suoi desideri sensuali. La costrizione o la “religione” significa dunque la religione nei suoi rapporti verso me stesso: io sono costretto; lo spirito è libero. Quanto male noi risentiamo allorché i nostri sensi ci trasportano liberi e sfrenati più d’uno saprà per esperienza: ma che lo spirito libero, la spiritualità dominante, l’entusiasmo per gli interessi spirituali, o comunque nelle sue varie metamorfosi si possa chiamare un cotal bene prezioso, possa recarci i più seri imbarazzi, non vuoi si ammettere e riconoscere, e, a vero dire, non lo si può senza essere coscientemente egoisti.

Reinaro e tutti gli altri che vollero dimostrare che anche la nostra ragione, il nostro cuore ecc., ci traggono verso Dio, non hanno fatto altro che rivelare che noi siamo al tutto ossessi. Certamente essi riuscirono ad offendere i teologi, ai quali di tal modo toglievano il privilegio dell’edificazione religiosa; ma alla religione stessa, alla libertà del pensiero, essi fecero guadagnar terreno sempre più. Poiché se lo spirito non è più ristretto al sentimento o alla fede, ma fa parte di sé stesso anche come intelletto e ragione, come pensiero in generale, ed è ammesso per conseguenza a prender parte quale intelletto alle verità spirituali e celesti, convien dire che lo spirito intero non è occupato che di cose spirituali, cioè di sé stesso ed è per conseguenza libero.

Ora noi siamo religiosi a tal punto che i “giurati” ci condannano a morte e che ogni guardia di questura può farci cacciare in prigione in forza del suo giuramento ufficiale.

Allora soltanto la moralità si sarebbe potuta mettere in contrasto colla religiosità, quando l’odio ribollente contro tutto ciò che somiglia ad un’ “ingiunzione” (ordinanze, decreti, ecc.), trovava uno sfogo nella ribellione, e il “padrone assoluto” personale veniva deriso e perseguitato: essa poteva quindi innalzarsi all’indipendenza soltanto in grazia del liberalismo, la cui prima forma dette alla borghesia storica fama, e valse a fiaccare le autorità propriamente religiose. Poiché il principio che la moralità non sia serva della pietà religiosa, ma stia ritta su fondamenta proprie non s’attiene più ai comandamenti divini, bensì alla legge della ragione, dalla quale i comandamenti divini, per aver un valore, debbono ottenere una specie di sanzione. Nella legge della ragione l’uomo dispone di sé stesso, poiché egli è ragionevole, e dall’ “essenza sua” quelle leggi si generano necessariamente. La religiosità e la moralità si distinguono tra loro in quanto per la prima legislatore è Dio, per la seconda l’uomo.

Da un certo aspetto della morale si ragiona a un depresso cosi: o l’uomo viene spinto dalla sua sensualità, ed egli, seguendola, diventa immorale; oppure lo spinge il bene, il quale tradotto in volontà diviene l’inclinazione morale; in tal caso si dimostra uomo morale. Come si potrebbe, per esempio chiamare a tal riguardo immorale l’azione dei Sand contro Kotzebue?

Essa fu per lo meno altrettanto disinteressata, quanto furono disinteressate in altre circostanze le ruberie di San Crespino in favore dei poverelli, “Egli non avrebbe dovuto uccidere, perché sta scritto: tu non devi uccidere!”. Sicché servire al bene, alla salute pubblica, come almeno era l’intenzione di Sand è cosa morale, è morale il sacrificarsi per il bene dei poveri, come San Crispino; ma l’uccisione e il furto sono immorali: morale il fine, i mezzi immorali Perchè? “Perché l’uccisione e l’assassinio sono azioni assolutamente cattive per sé stesse”.

Quando i guerriglieri attiravano i nemici della patria nei burroni, e li trucidavano non visti dai loro nascondigli, non commettevano forse un assassinio? Se voleste davvero esser fedeli al principio della morale, la quale impone di servire al bene, voi dovreste soltanto chiedervi se l’assassinio possa attuare il bene, e riconoscere per buono quell’assassinio che tal fine raggiunga. Voi non potete in alcun modo condannare l’azione di Sand; essa fu morale, perchè spesa in servizio del bene, perchè disinteressata; essa fu un atto di punizione eseguita da un singolo — un’esecuzione effettuata con pericolo della propria vita. Che cosa aveva voluto egli dopotutto, se non sopprimer uno scrittore colla brutale violenza? Non riconoscete voi lo stesso modo di agire quale “legale” e giusto? E che cosa potreste obiettare movendo dal vostro principio della moralità? — “Ma fu un atto contrario alla legge”. Sicché l’immoralità dell’azione consisteva nella sua illegalità, nella ribellione contro la legge? Allora concedete voi stessi che il bene altro non è che la legge, e che la moralità è semplicemente l’ossequio alle leggi. Dunque la vostra moralità è costretta ad abbassarsi sino a quest’apparenza vana dell’ossequio, sino a questa, falsa devozione dell’adempimento della legge, con la sola differenza che quest’ultima è molto più tirannica e ripugnante dell’antica. Poiché per l’antica era sufficiente l’azione, per la vostra si richiede anche il pensiero; bisogna tener impressa entro stessi la legge, e chi meglio la osserva è il più morale di tutti. Anche l’ ultima giocondità della vita cattolica deve tramontare in questa legalità protestante. Con questo l’impero della legge trionfa pienamente. Non già “io vivo”, bensì “la legge vive in me”. Sicché io sono giunto tale da esser unicamente “il vaso che racchiude la magnificenza della legge”. “Ogni Prussiano alberga in sé un gendarme” disse un ufficiale prussiano di alto grado.

Perchè certe opposizioni non possono aver lunga vita? Unicamente per questa ragione: che esse non vogliono abbandonare la via della moralità e della legalità. Da ciò proviene quella smisurata ipocrisia di devozione, d’amore, ecc.; e ogni giorno noi proviamo la profonda nausea che c’ispira codesta corrotta e ipocrita “opposizione legale”. — Nei rapporti morali dell’amore e della fedeltà non c’è posto per una volontà a due tagli; il bel rapporto è turbato, se alcuno vuole una cosa e altri la cosa contraria, Invece secondo i criteri e l’uso sin qui seguiti e i pregiudizi dell’opposizione, è necessario conservare anzitutto intatti i rapporti morali. E che cosa resta all’opposizione? Forse l’esigere la libertà, quando l’essere amato trova opportuno di ricusarla? Niente affatto! Esigere la libertà essa non può, né deve; essa non può che desiderarla, fare “istanze” per ottenerla, balbettare un “prego, prego”! Che cosa succederebbe se l’opposizione volesse realmente, con tutta l’energia della volontà? No, essa deve rinunziare alla volontà e vivere per il solo amore, rinunziare alla libertà per amore della moralità. Essa non può giammai far valere come un “diritto” ciò che non le è concesso che di domandare come una “grazia”. L’amore, l’abnegazione, ecc., esigono senza remissione che una volontà esista; alla quale le altre si sottomettano; cui esse servano, obbediscano, amino. Che quella volontà sia razionale o irrazionale non importa: in tutti i casi si agisce moralmente obbedendole, e immoralmente sottraendosi al suo dominio. Gli obblighi che impone la censura sembrano irrazionali a molti; tuttavia colui che in un paese dove esiste la censura le sottrae il libro che ha scritto, commette un’azione immorale, e agisce invece moralmente colui che glielo affida per l’esame. Se taluno, per esempio, istituisse una tipografia clandestina, costui si dovrebbe chiamare immorale, e avrebbe anche nome d’imprudente quando si lasciasse cogliere in fallo; ma potrebbe almeno egli pretendere d’aver un valore agli occhi delle “persone morali”? Forse! — nel caso, cioè, ch’egli avesse fede di servire ad una “morale più elevata”.

La trama dell’odierna ipocrisia è tesa tra i confini di due campi: e la nostra età trascorre dall’uno all’altro tessendo e ritessendo le fila dell’inganno e dell’illusione di sé stessa. Non più robusta abbastanza da servire senza dubbi e con tutte le sue forze alla moralità, non sufficientemente scevra di scrupoli per dedicarsi esclusivamente all’egoismo, essa si dibatte convulsa entro la ragnatela dell’ipocrisia, e paralizzata dalla maledizione della mediocrità coglie dei miserabili moscerini.

Se talvolta abbiamo ardito di fare una proposta “franca e schietta”, noi ci affrettiamo ad annacquarla con assicurazioni amorose simulando rassegnazione; se dall’altra parte abbiamo avuto il coraggio di respingere una audace proposta con accenni morali alla buona fede, ecc., di lì a poco questo nostro coraggio vien meno, e noi ci affrettiamo a dichiarare che quella franca proposta ci piacque: simuliamo, cioè, d’approvare. In breve, noi si vorrebbe possedere tale cosa, ma non senza privarci d’una cotal altra: noi si vorrebbe possedere una libera volontà ma senza doverci privare della volontà morale.

Provatevi, o liberali, a trovarvi insieme con un uomo servile. Voi vi sforzerete di raddolcirlo con lo sguardo della più fiduciosa devozione ogni parola libera che pronuncerete, e quegli rivestirà il suo servilismo delle frasi più seducenti di libertà. E quando vi separerete, voi penserete allo stesso modo uno dell’altro: Ti conosco, vecchio volpone! Egli subodora in voi tanto bene il nuovo Satana, quanto voi in lui l’antico Dio accigliato.

Nerone è un uomo “malvagio” soltanto agli occhi dei “buoni”: ai miei egli non è che un ossesso, al pari di quelli che chiamate i “buoni”. Questi scorgono in lui un fior di birbante e lo confinano nell’inferno. Ma perchè nulla l’ha trattenuto dalle sue azioni arbitrarie? Perchè si è tollerato che le commettesse? I pazienti Romani che si erano lasciati imporre la volontà di quel tiranno, erano forse migliori di lui? L’antica Roma lo avrebbe giustiziato immediatamente, né giammai egli avrebbe potuto renderla sua schiava. Ma i “buoni Romani della sua età non seppero opporre alla sua tirannia che dei postulati morali, e non già la propria volontà; essi deploravano lacrimando che il loro imperatore non rendesse omaggio alla moralità al par di loro stessi; essi rimasero ” sudditi morali ” sino a tanto che uno trovò il coraggio di bandire dal proprio cuore” i sentimenti obbedienti e morali del suddito. Ed allora gli stessi “buoni Romani”, che da “sudditi ossequenti” avevano sopportata tutta la vergogna dell’apatia inneggiarono all’atto delittuoso ed immorale dell’insorto. Dov’era allora nei “buoni” quel coraggio della rivoluzione che oggi esaltano, da poi che si trovò chi la seppe compiere? I buoni ne erano incapaci, poiché una “rivoluzione” e peggio ancora un’ “insurrezione” è sempre una cosa “immorale”, alla quale ci si può risolvere solo allorquando si cessa dall’esser “buoni” e si diventa “malvagi”.

Nerone non era peggiore della sua età, nella quale bisognava essere, senz’altra alternativa, o “buoni” o “malvagi”. Il suo secolo dovette giudicarlo malvagio nel più tristo senso della parola. Tutte le persone « morali » devono giudicare di lui a questo modo. Di furfanti, simili a lui, ne vivono anche oggidì (vedi, per esempio, le memorie del cavaliere di Lang) in mezzo alla gente morale. Non si vive, com’è naturale, comodamente in mezzo a loro poi che non si è mai sicuri della propria vita; ma si vive forse meglio tra la gente morale?

Anche tra “i buoni” non si è ben sicuri della propria vita, con la sola differenza che se ti impiccano, essi lo fanno in “nome della legge”; meno ancora poi si è sicuri del proprio onore poi che la coccarda nazionale sparisce in men che non si dica,

Il pugno rude della moralità non fa troppi complimenti coll’egoismo.

“Ma non si può infine mettere allo stesso grado un furfante ed un uomo onesto?”

Ebbene, nessuno fa ciò più facilmente di voi stessi, o giudici della morale; anzi, peggio ancora, voi cacciate in prigione, al pari dell’infimo delinquente, ogni uomo onesto che si permetta di levare francamente la voce contro l’ordine vigente delle cose, contro le sacrosante istituzioni, ecc ; mentre al furfante raffinato voi cedete il vostro portafoglio ed altre cose di ben maggior importanza. Sicché “in pratica” voi nulla mi potete rimproverare. Ma bensì “in teoria”. Ebbene, allora porrò l’uno e l’altro su d’un medesimo livello, ma quali due poli opposti: tutti e due sul livello della legge morale. Entrambi non hanno un significato che nel mondo “morale”, allo stesso modo che nei tempi precristiani un ebreo eterodosso ed un ortodosso non differivano tra di loro che per rapporto alla legge giudaica, mentre dinanzi al Cristo il fariseo non contava di più dei “peccatori e dei pubblicani”. Allo stesso modo per l’individualità il fariseo morale è simile al peccatore immorale.

Nerone si rese molto incomodo per la sua ossessione. Ma l’uomo che obbedisce unicamente alla propria natura non gli avrebbe stupidamente contrapposto il “sacro,” per poi sfogarsi in geremiadi vane se il tiranno di ciò non si curava; bensì gli avrebbe contrapposta la propria volontà. Quanto spesso la santità degli inalienabili diritti umani vien rinfacciata a chi li avversa, quanto si dimostra che una libertà qualunque è un “sacrosanto diritto umano”! Coloro che così agiscono meritano d’esser derisi; e ciò, del resto, succederebbe a loro di frequente se non prendessero, fosse pure incoscientemente, la via che deve condurli alla meta. Essi comprendono che non appena si saranno cattivati gli animi in favore di quella libertà che propugnano, la maggioranza vorrà la medesima cosa ed otterrà ciò che essa vuole. Con questo non riusciranno mai a dimostrare la santità di quella libertà che propugnano: le lamentazioni e le suppliche rivelano appunto l’accattone.

L’uomo “morale” è necessariamente limitato nelle sue vedute dal non conoscere egli altri nemici all’infuori dell’uomo “immorale”. “Chi non è morale è immorale!” la qual cosa significa abietto, spregevole ecc. E perciò l’uomo morale non può riuscire a comprendere l’egoista.

Non è forse il concubinaggio un’immoralità?

L’uomo morale può fare tutti gli sforzi possibili ma non potrà liberarsi da questo pregiudizio. Ad Emilia Galotti questa verità morale costò la vita. E infatti quella è un’immoralità. Una giovane virtuosa diventi pure una vecchia zitella; un uomo virtuoso si strugga pure nella vana fatica di soffocar i suoi istinti naturali, si faccia pure evirare, come origine, per amore del cielo: con ciò essi rendono onore alla santità del matrimonio, riconoscono inviolabile la santità della castità; e tutto ciò è morale. L’inverecondia non può giammai elevarsi a tanto da esser cosa morale. Per quanto l’uomo morale possa giudicar benevolmente e scusare chi si è reso colpevole d’un atto inverecondo, questo rimane tuttavia un peccato contro un precetto morale, e gli resta impressa una macchia indelebile: sicché come una volta castità faceva parte dei voti claustrali così essa fa ora parte della moralità. La castità è un bene. Per contro, per l’egoista la castità non rappresenta un bene per lui necessario; perciò non la cura. Che cosa ne segue pel giudizio dell’uomo morale? Questo: che egli pone l’egoista in quella sola classe d’uomini ch’egli conosce all’infuori degli uomini “morali” — cioè in quella degli “immorali”. Egli non può agire diversamente: deve giudicar immorale l’egoista tutte le volte che questi non cura la moralità.

Se non agisse in tal modo egli avrebbe già rinunciato alla moralità, senza confessarselo, e non sarebbe più l’uomo morale nel senso ch’egli attribuisce a questa parola. Eppure, converrebbe non vero lasciarsi traviare da tali fatti, i quali oggidì non sono dei più rari, e considerare che chi cede nelle questioni di moralità può essere annoverato tanto poco tra le persone “morali”, quanto tra i cristiani Lessing, il quale nella nota parabola paragona la religione cattolica, al pari della maomettana e della giudaica, ad un anello “falso”,

Talora si è andati più oltre che non s’ardisca di confessare. — Per Socrate, che rimaneva nel campo della moralità, sarebbe stata un’immoralità l’obbedire alle seducenti suggestioni di Critone e il sottrarsi alla prigione; restarci, era la sola cosa che la moralità imponeva.

Ma ciò fu possibile solo perchè Socrate era un uomo morale. All’incontro “gli scostumati, i perfidi uomini della rivoluzione” avevano giurato fedeltà a Luigi XVI, e tuttavia decretarono la deposizione ed anche la morte di lui, e perciò la loro fu “d’azione immorale,” della quale gli uomini “morali” avranno orrore finché durerà il mondo.

Più o meno tutto ciò si riferisce alla “moralità borghese” che i più liberali riguardano con disprezzo. Essa è, come la borghesia in generale, ancor troppo poco lontana dal cielo religioso troppo poco libera per non dover appropriarsene la legge, anziché generare delle proprie leggi indipendenti. Tutt’altro aspetto assume la moralità quando assurge alla coscienza della sua dignità e si prefigge per unico principio determinante l’essenza dell’uomo: “l’uomo”. Coloro che faticosamente sono giunti a tale coscienza determinata, ripudiano del tutto la religione il cui Dio non trova più posto presso all’ “uomo”, e coll’applicare il loro trapano alla nave dello Stato minano anche la “moralità” che nello Stato solamente può prosperare; anzi per essere conseguenti, dovrebbero rinunziare anche al nome di moralità. Perchè ciò che quei critici chiamano moralità si distingue essenzialmente dalla “moralità” politica e borghese “e deve apparire al buon cittadino come una libertà insensata e sfrenata”. In fondo però essa non ha per sé che la “purezza del principio”, il quale, liberato dal suo rozzo connubio colla religione, assorge all’onnipotenza nella manifestazione purificata di “umanità”. Perciò non bisogna meravigliare se il nome di moralità vien mantenuto accanto a quelli di libertà, umanità coscienza di sé stessi, ecc., e viene adornato forse soltanto dal predicato di “libera” — allo stesso modo che lo “Stato” (quantunque il reggimento borghese ne subisca una diminuzione) si rinnova sotto la forma di “stato libero” o per lo meno di “società libera”. Da poi che la moralità perfezionatasi nell’umanesimo ha definito le sue controversie colla religione, dalla quale storicamente è sorta, nulla le impedisce di diventar religione per conto proprio. Tra religione e moralità regna infatti una diversità solo sino a tanto che i nostri rapporti colla società umana sono regolati e consacrati dalla dipendenza nostra da un ente sovrumano, ovvero sino a tanto che tutto il nostro agire è un agire per “l’amor di Dio”. Ma se si giunge a tale che “per l’ uomo l’ente supremo sia rappresentato dall’ uomo medesimo”, quella diversità sparisce, e la moralità — sottratta alla posizione subordinata che prima occupava — s’innalza alla perfezione d’una religione. In tal caso l’uomo, che sino allora era soggetto ad un ente supremo, ha raggiunto il più alto grado del suo valore, e noi informiamo i nostri rapporti con lui alla stregua di quelli coll’ente supremo, vale a dire religiosamente: “moralità e pietà” divengono nuovamente sinonimi come ai primi tempi del cristianesimo e soltanto perché l’ente supremo è divenuto un altro, una condotta morale non si chiamerà più “santa” bensì “umana”. Con la vittoria sulla moralità dovrà avverarsi un compiuto cambiamento di padrone.

Distrutta la fede, Feuerbach crede d’entrare nel porto apparentemente tranquillo dell’amore. “Prima ed altissima legge deve esser l’amore dell’uomo per l’uomo “Homo homini Deus est” – ecco il supremo principio pratico — ecco il momento critico della storia universale [(1) Essenza del cristianesimo, 2a edizione, p. 402].

In realtà però di mutato non v’è che Dio, il « Deus » ; l’amore è rimasto; là avevamo l’amore per un Dio sovrumano qui abbiamo l’amore per un Dio umano, per l’ “homo” quale “Deus”. Dunque l’uomo è per me sacrosanto. E tutto ciò che è “prettamente umano” è per me “sacrosanto”. Il matrimonio è sacro per sé stesso. E la stessa cosa deve dirsi di tutti gli altri rapporti morali. “Sacrosanta è, e dev’esserti, l’amicizia, sacrosanti la proprietà, il matrimonio, il benessere dei singoli, ma tutto ciò dev’essere sacrosanto per sé stesso” [(2) Op. cit., pag. 408.] . Non sembra di sentir parlare un prete? Chi è il suo Dio? L’uomo! Che cosa è divino? Ciò che è umano! In tal modo s’è operato effettivamente il mutamento del predicato nel soggetto, ed invece della tesi “Dio è l’amore” si dovrà dire “l’amore è divino”; invece di “Dio s’è fatto uomo”: “l’uomo s’è fatto Dio” [(3) Id., ibidem.].

Come si vede, non si tratta che d’una nuova religione, “tutti i rapporti morali non son tali e non vengono coltivati con senso morale, che in quanto valgono come religiosi (senza che il prete abbia a consacrarli)”. La frase del Feuerbach: “la teologia è un’antropologia” non significa che questo: “la religione è l’etica, e soltanto l’etica è religione”.

Del resto Feuerbach non ottiene che un’inversione di soggetto e di predicato, a tutto vantaggio di quest’ultimo. Ma poi che egli stesso dice: “Non è vero che l’amore sia santo, e tale riguardato dagli uomini, per essere un attributo di Dio — ma è vero invece ch’esso è attributo di Dio perchè in sé stesso è divino”, egli si sarebbe potuto accorgere che bisognava cominciare a muover guerra ai predicati stessi, l’amore e le santità di ogni specie. In qual modo poteva egli sperare d’allontanar gli uomini da Dio, senza togliere loro anche l’idea della divinità? E se, come Feuerbach sostiene, per gli uomini l’essenziale non era già Dio, bensì i suoi attributi, egli, poteva passarsi dallo spogliare dei suoi ornamenti il feticcio, da poi che questo, il vero nocciolo del tutto, restava. Egli stesso riconosce che non mirava che a “distruggere un’illusione” [(1) Op. cit., pag. 403.] ; ma soggiunse che a suo avviso quella illusione era assai perniciosa per gli uomini, poi che persino l’amore, il più intimo e vero dei sentimenti, in grazia della religiosità diviene vano e senza significato, dacché l’uomo religioso non ama il suo simile che per amore di Dio [[NOTA FUORI CAMPO] Dolce Stil Novo [DANTE]], dunque non quello ama ma Dio soltanto. L’amore morale è forse diverso? L’uomo che ad esso si ispira ama forse il suo simile perchè questi è un uomo determinato, o non l’ama invece per amore della morale, per amore dell’uomo in genere, e, in conclusione — poi che homo homini Deus — per amore di Dio?

Il ramo di pazzia ha ancora gran numero di lati formali dei quali alcuni sarà bene accennar qui..

Il sacrificio di sé stessi, per un esempio, è comune tanto ai santi quanto ai non santi, così ai puri come agli impuri. L’impuro rinnega tutti i “migliori sentimenti”, come il pudore e la timidezza naturale, e non obbedisce che ai desiderî dov’è signoreggiato. Il puro rinnega i suoi rapporti naturali col mondo (“rinnega il mondo”) e non obbedisce che alla “brama” da cui è dominato. Accecato dalla fame dell’oro, l’avaro pone in non cale i precetti della coscienza, l’amor proprio, la dolcezza dei modi, la compassione; egli bandisce ogni riguardo: la passione lo trascina con sé. Il “santo” si comporta allo stesso modo. Egli rende sé stesso “ludibrio del mondo” è duro di cuore, fanatico della giustizia: pur egli è trascinato dalla sua passione. Allo stesso modo che il non santo rinnega se stesso dinanzi al Dio dell’oro, così il santo rinnega sé stesso dinanzi a Dio ed alle leggi divine.

Noi viviamo in un’età in cui la sfrontatezza dei santi si fa sentire sempre più, in modo da smascherarsi e svelarsi del tutto. La sfrontatezza e la stupidità degli argomenti con cui si tenta di contrastare il “progetto dei tempi” non sorpassano forse ogni misura ed ogni previsione? Ma così doveva avvenire; quelli che rinnegano sé stessi perchè sono santi devono fare lo stesso cammino degli empi, e come questi gradatamente vanno sprofondando nell’abisso della volgarità e della bassezza, così quelli sono costretti a salire alla più disonorante altezza.

Il mammone terrestre e il Dio del cielo esigono entrambi lo stesso grado d’abnegazione. L’abietto e il sublime cercano entrambi un “bene”; quegli uno materiale, questi uno ideale: il cosiddetto “bene supremo”; ed entrambi alla fine si compendiano, dacché colui che prosegue d’amore le cose materiali sacrifica tutto ad un fantasma ideale — la sua vanità — mentre l’uomo tutto “spirituale” sacrifica ai godimenti materiali “la vita comoda”. Gran cosa credono di dire coloro che raccomandano agli uomini “il disinteresse”. Che cosa intendono essi con questa parola? Probabilmente alcunché di consimile all’ “abnegazione”. Ma chi è quegli che dev’esser rinnegato e non deve trarre profitto da cosa alcuna? Sembra che debba esser tu stesso! E a profitto di chi ti si raccomanda il disinteresse? Sempre a tuo profitto, con la sola differenza che tu col disinteresse procuri “il tuo vero vantaggio”.

A te tu devi esser utile, ma senza cercare di procurarti un vantaggio. Si ha in conto di disinteressato il benefattore dell’umanità, un Franke che ha fondato il primo orfanotrofio, un O’ Connell che lavora indefessamente a favore della sua patria; ma si tiene in ugual conto anche il fanatico, che, come San Bonifacio, mette in grave pericolo la sua vita per convertire i pagani, o, come Robespierre, sacrifica ogni cosa alla virtù, o, come Korner, si immola per il suo Dio, per il re e per la patria. Per ciò gli avversari di O’ Connell gli rimproverano d’esser interessato ed avido di lucro, e la “rendita O’ Connell” parrebbe dar loro ragione, e certo è che posto in dubbio il suo “disinteresse” diventa facile offuscare il buon nome ond’egli gode presso i suoi seguaci.

Ma che cosa costoro potrebbero provare, se non che O’ Connell prosegue un intento diverso da quello ch’egli afferma di proporsi? Che egli cerchi di far danari o di render libero il suo popolo, non rileva; l’interesse esiste pur sempre, con questa sola differenza: che il suo interesse potrebbe giovare anche ad altri e diventare per ciò un interesse comune.

Ora, il disinteresse è forse una cosa irreale? Al contrario, nulla havvi di più comune? Anzi si potrebbe chiamarlo un oggetto di moda del mondo civile, tenuto per così necessario che quando ad averlo di stoffa solida troppo costi, lo si acquista di qualità inferiore, a buon mercato, e lo si ostenta in ogni modo. Dove incomincia il disinteresse? In quel punto, propriamente, in cui un intento cessa d’esser proprietà nostra, della quale possiamo usare a nostro agio, e diviene un fine così vivamente imperioso ch’ei ci soggioga, un’idea fissa che ci rapisce d’entusiasmo e ci costringe all’obbedienza. Non si è disinteressati sino a tanto che si sa padroneggiare il proprio scopo; lo si diviene invece soltanto quando si giunge a pronunciare il famoso: “Qui mi sto e non posso agire diversamente”, la frase sacramentale di tutti gli ossessi; lo si diviene per un fine santo e con un corrispondente zelo santo.

Io non sono disinteressato sino a tanto che lo scopo rimane cosa mia propria, ed io, invece d’abbassarmi ad essere il cieco strumento del suo compimento, l’ho costantemente in mio potere. Il mio zelo non sarà perciò minore di quello del fanatico, ma in pari tempo io mi conserverò freddo, incredulo ed inesorabilmente nemico verso di esso. Io sono il suo giudice, poi che esso è mia proprietà. Il disinteresse pullula rigoglioso con la ossessione, tanto nei possedimenti del demonio, quanto in quelli dello spirito benigno; da una parte i vizi, le follie — dall’altra l’umiltà, il sacrificio, ecc.

Dovunque giri lo sguardo, appaiono le vittime del sacrificio di se stessi. Ecco, di contro a me è assisa una giovane, la quale forse da ben dieci anni offre sacrifici sanguinosi alla sua anima. Coll’opulenza del corpo contrasta il viso pallido e mortalmente stanco: il suo pallore tradisce il lento dissanguamento in cui la sua giovinezza perisce. Povera creatura, chi sa quante volte le passioni hanno fatto palpitare il tuo cuore, quante volte la gioventù ha reclamato impetuosamente i suoi diritti! Quando il tuo capo si agitava convulso sul molle origliare, quando i ridestati istinti della natura facevano fremere tutte le tue membra, le tue vene s’inturgidivano e l’accesa fantasia ti faceva sorgere innanzi incantevoli immagini voluttuose. Allora ti appariva dinanzi lo spettro dell’anima e della salute eterna. Tu inorridivi, le tue mani si giungevano, i tuoi occhi contristati guardavano in alto, tu pregavi. Le tempeste della natura s’assopivano, la calma sottentrava alla tempesta delle tue concupiscenze. Lentamente le tue palpebre si abbassavano velando a te la visione della vita; dalle membra turgide spariva a poco a poco la tensione; nel cuore si quietavano le onde agitate; le mani giunte pesavano inerti sul seno non più ribelle; un ultimo gemito — e l’anima era tranquilla, Tu t’addormentavi per ridestarti l’indomani a nuove lotte ed a nuove preghiere. Ora la consuetudine della rinunzia ha raffreddato le vampe del desiderio, e le rose della tua giovinezza impallidiscono nell’anemia della tua beatitudine. L’anima è salva, perisca pure il corpo! O Laide, o Ninon, quanto bene avete fatto a disprezzare quella pallida virtù! Una libera “grisette” vale mille vergini incanutite nella virtù!

Anche in forma di “principi e di precetti” l’idea fissa si fa sentire.

Archimede chiedeva un punto fuori della terra per poterla smuovere. Questo punto cercarono tutti gli uomini, ciascuno a suo modo. Esso è il mondo dello spirito, delle idee, dei pensieri, dei concetti, degli enti: esso è il cielo. I1 cielo è il punto dal quale si vuole smuovere la terra, dal quale si assiste alla vita di quaggiù — e la si disprezza. Assicurarsi il cielo, assicurarsi per sempre il punto di vista celeste, non è questo che tante fatiche e tanti dolori ha costato agli uomini?

Il Cristianesimo si è proposto di redimerci dalla dipendenza, dagli istinti naturali, dalle passioni che ci agitano e ci fanno schiavi. Con ciò non si volle già che l’uomo non dovesse più aver passioni, bensì che queste non dovessero possederlo, essere cioè fisse, insuperabili, invincibili. Ora ciò che il Cristianesimo ha ordito contro le passioni, non potremmo noi tentarlo contro il suo stesso precetto, che cioè la nostra destinazione debba venire dallo spirito (pensieri, immagini, idee, fede, …); non potremmo noi pretendere che anche lo spirito e la rappresentazione — l’idea — non abbiano più nell’avvenire a determinar l’animo nostro, ad esser fisse, intangibili o “sante”?

Con ciò si inizierebbe la dissoluzione dello spirito, la dissoluzione di tutti i pensieri, di tutte le idee. Allo stesso modo che prima si diceva: “Noi possiamo avere delle concupiscenze, ma queste non devono aver noi”, cosi si direbbe ora: “Noi possiamo avere lo spirito, ma lo spirito non deve aver noi”.

Siccome questa affermazione sembra non avere un chiaro significato, giova rammentare che, per esempio, presso taluni un dato pensiero diventa una “massima” la quale tiene in prigione l’uomo stesso, sicché non è già lui che ha quella massima bensì è la massima che ha lui.

E grazie a quella massima egli ha “un punto fermo che gli serve di appoggio”.

Le dottrine del catechismo diventano, senza che noi l’avvertiamo, i nostri “principi”; e non è lecito rigettarle. L’idea o, ciò ch’è la stessa cosa, lo spirito di tali principi, esercita su noi un potere assoluto e non consente alcuna obiezione alla “carne”. Eppure mediante, la “carne” soltanto io posso infrangere la tirannia dello spirito; poi che soltanto se l’uomo presta ascolto alla propria “carne”, può intendere interamente sé stesso — purché egli sia di ciò capace e intelligente. Il cristiano non sente l’angustia della sua natura asservita, ma vive nell’ “umiltà”; per ciò egli non protesta, non mormora contro l’ingiuria che viene fatta alla sua “persona”; si ritiene soddisfatto avendo “la libertà dello spirito”. Ma se una qualche volta la carne prende la parola, ed il tuono della sua voce è (né diverso può essere) “appassionato”, “indecoroso”, “contrario al ben pensare”, “maligno”, ecc., egli crede di sentire le suggestioni d’un demonio, suggestioni contro il suo spirito (poi che il decoro, l’imparzialità, il retto pensare, ecc., altro non sono che spirito): e grida a ragione contro di esse. Cesserebbe d’esser cristiano se così non facesse. Egli non dà ascolto che alla moralità e tura la bocca all’ immoralità, non dà ascolto che alla legalità e mette un bavaglio all’illegalità: lo spirito della moralità o della legalità lo tiene prigioniero, ed è un padrone rigido, inflessibile.

Ecco ciò che chiamiamo “il dominio dello spirito” — il quale è in pari tempo il punto di vista dello spirito.

E chi intendono redimere i soliti signori liberali? Quale libertà invocano essi ad alte grida? Quella dello spirito! Dello spirito, della moralità, della legalità, della pietà, del timor di Dio, ecc. Ma ciò vogliano anche gli antiliberali, e il nodo di tutta la questione sta in questo: che gli ultimi vogliono aver la parola per sé soli, mentre gli altri ambiscono di godere una parte di quel vantaggio.

Lo spirito resta per entrambi i partiti il vero signore assoluto ed essi contendono unicamente per sapere a chi debba spettare il trono gerarchico, serbato al “rappresentante del signore”. La miglior cosa è d’assistere tranquillamente alla lotta colla sicurezza che le belve della favola si dilanieranno tra di loro al pari delle belve reali; i loro cadaveri putrefatti serviranno di concime al terreno, che maturerà i nostri frutti.

Su parecchi altri rami di follia, come quello della professione, della veracità, dell’amore, ecc , ritorneremo più tardi.

Se si contrappone ciò che ci è connaturale “ciò che ci viene instillato”, non gioverà obiettarci che noi nulla possiamo aver in noi d’isolato, ma che possediamo ogni cosa pei rapporti che abbiamo col mondo, per l’impressione che esercita su di noi l’ambiente; come alcunché dunque, che ci viene ispirato. Poiché è grande la differenza tra quei sentimenti e pensieri che vengono prodotti in me da influenze esterne, e quelli che mi sono dati. Dio, l’immortalità, la libertà, l’umanità, ecc., ci vengono impressi sia dall’infanzia quali idee e sentimenti, che agitano più o meno fortemente il nostro interno, e ci dominano senza che noi ne abbiamo coscienza, quando, come avviene in talune nature privilegiate, non si svolgono in sistemi ed in opere d’arte; ma sono sempre sentimenti non già provocati, bensì inspirati, perchè ad essi noi dobbiamo credere e da essi dipendere. Che l’assoluto esista e che quest’assoluto debba venir concepito, sentito e pensato, era ferma credenza in coloro che si adoperavano con tutta la forza del loro spirito per conoscerlo e rappresentarlo.

Il sentimento dell’assoluto insiste solo perchè fu inspirato e si rivela nei modi più diversi.

Così Klopstock il sentimento religioso aveva carattere d’inspirazione e nella Messiade non fece che manifestarsi artisticamente. Ma se invece la religione, che egli trovò, non fosse stata per lui che un eccitamento al pensare e al sentire, ed egli avesse saputo opporle il proprio ente, non l’entusiasmo religioso si sarebbe prodotto, ma una dissoluzione dell’oggetto. E appunto perciò nella sua età matura Klopstock continuò a manifestare i sentimenti della sua fanciullezza e dissipò le forze della virilità ad avvivare infantili fantasmi.

Essenziale è dunque distinguere i sentimenti che vengono inspirati da quelli che sono soltanto eccitati.

Questi ultimi sono sentimenti propri, egoistici, perchè non vengono impressi nella mia mente né suggeriti o a forza innestati; ma dei primi invece io vado superbo, li considero come un mio retaggio, li coltivo e ne son posseduto. Chi non avrebbe osservato, coscientemente o inconsciamente, che, tutta la nostra educazione è intensa a far nascere in noi dei sentimenti, anziché permetterci di crearli da noi bene o male? Se alcuno pronunci avanti a noi il nome di Dio; noi dobbiamo esser compresi di timor di Dio; se il nome del principe, noi dobbiamo accoglierlo con rispetto, con venerazione e con devozione; se quello della morale, noi dobbiamo rappresentarci qualcosa di inviolabile; se quello del maligno e dei malvagi, noi abbiamo il dovere di rabbrividire.

Tutto è inteso a instillarci quei sentimenti, e chi, per avventura, dimostrasse di udire con compiacenza le imprese dei malvagi, si renderebbe meritevole d’esser “castigato ed educato” colle verghe. Così rimpinzati, di sentimenti imposti, noi ci presentiamo alla sbarra della età adulta per esser dichiarati “maggiorenni”.

Il nostro bagaglio è composto di “sentimenti sublimi, di massime entusiasti che, di principi eterni, ecc.”

I giovani devono cinguettare al modo dei vecchi; e i maestri di scuola si impegnano per apprender loro l’antica melodia; e sol quando l’anno mandata a memoria li proclamano adulti.

A noi non è permesso di sentire — ad ogni cosa, ad ogni nome che ci si affaccia — quello che vorremmo e potremmo pensare; non di figurarci, per esempio, qualche cosa di ridicolo di irriverente quando si pronuncia dinanzi a noi il nome di Dio; bensì ci è sempre prescritto quello che in un dato momento dobbiamo sentire e pensare.

Tale è il significato del vocabolo “cura d’anime”.

La mia anima o il mio spirito devono esser foggiati come desiderano gli altri, non come bramerei io stesso. Quanta fatica costa ad ognuno il conquistarsi un sentimento proprio ed indipendente quando sente pronunciar dinanzi a sé un qualche nome, il ridere in faccia a colui che quando ci parla attende da noi un viso compunto! Ciò che c’instillarono nell’animo è una cosa straniera, e perciò “santa”; donde la difficoltà di spogliarci del “santo rispetto per essa”.

È per uso oggi di celebrare anche la ” serietà”, la serietà “nelle cose e nei dibattiti di grande importanza”, la “serietà tedesca”. Questa specie di serietà dimostra assai bene quanto siano antiche e serie la pazzia e l’ossessione. Poiché nessuno è più serio del pazzo quand’egli si trova nel punto centrico della sua pazzia dacché allora egli prende la cosa tanto sul serio che non tollera scherzi.